La Turchia, l’Europa e la pena di morte

l think tank European Stability Initiative ha recentemente pubblicato un documento con il quale invita le istituzioni europee ad impegnarsi per evitare che la Turchia reintroduca la pena di morte. Una rassegna

Di recente, la pena di morte è tornata come punto di discussione politica in Europa. Proposte di reintroduzione sono arrivate dal primo ministro ungherese Viktor Orbán e dalla ex candidata francese alla presidenza, Marine Le Pen. Ad oggi, per fortuna, queste pericolose affermazioni politiche non hanno avuto seguito. L’abolizione della pena di morte è sancita nei Protocolli addizionali n.6 e n.13 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) del Consiglio d’Europa, il quale da più di 70 anni si batte per il suo rispetto e applicazione in tutti paesi d’Europa. In quanto principio fondante dell’Unione Europea, l’abolizione della pena di morte è oggi un criterio politico essenziale per l’entrata nell’UE di un futuro membro. Tra gli aspiranti membri, figura la Turchia, la quale, nel vortice della deriva autoritaria di questi ultimi anni, è tornata a discutere la reale possibilità di reintroduzione della pena di morte all’indomani del fallito colpo di stato dello scorso luglio.

Di questa spinosa tematica, se n’è occupato il think tank berlinese European Stability Initiative (ESI) nel suo paper dal titolo “Hang them in Taksim’ – Europe, Turkey and the future of death penalty”, in cui nello specifico viene sollevata la responsabilità delle istituzioni europee dell’Unione Europea e del Consiglio d’Europa di prendere parola e dimostrare una linea chiara e decisa affinché questa proposta non si trasformi in realtà, in una Turchia già appesantita dagli ultimi eventi che hanno sconvolto la politica nazionale.

La storia della pena di morte in Turchia ha un passato lungo e travagliato, risalente sino ai tempi dell’instaurazione della repubblica agli inizi dello scorso secolo. Fino alla fine degli anni ’90, la pena di morte in Turchia è rimasta uno strumento di giustizia facente parte del sistema giuridico del paese, alternando fasi di piena attività di esecuzioni a fasi de facto di moratoria. Nel 1999, la Turchia ottiene lo status di paese candidato all’Unione Europea, un passaggio politico che si rivelerà cruciale per la totale abolizione della pena di morte, avvenuta poi nel 2006 con la ratifica del Protocollo 13 della CEDU, concernente l’abolizione della pena di morte in qualsiasi circostanza.

L’analisi dell’ESI si sofferma su due figure chiave nel dibattito turco sulla reintroduzione della pena di morte: il leader del Partito d’Azione Nazionalista (MHP), Devlet Bahçeli, e l’attuale presidente nonché leader del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP), Recep Tayyp Erdoğan. Due figure politiche controverse e tra loro avverse fino a poco tempo fa. Bahçeli da sempre ha posto a fondamento del programma elettorale dello MHP la legittimità dello strumento della pena di morte. Toni accesi in suo favore poi smorzati a fronte della diffusa volontà popolare di entrare nell’UE ma che di recente, sono tornati ad animare i palchi dei comizi politici. Erdoğan, da parte sua, non vanta una coerenza politica in tema di pena di morte. L’inizio della sua carriera politica è segnato dal fermo rifiuto di questo strumento di giustizia, posizione che ad oggi, Erdoğan ha ribaltato completamente. Prima in netta opposizione politica, Bahçeli e Erdoğan oggi invece hanno stretto un’alleanza politica fatta di interessi reciproci. Per Erdoğan, i voti dello MHP alla votazione parlamentare per indire il referendum costituzionale sono stati cruciali e per Bahçeli, il rilancio della reintroduzione della pena capitale ha ridato vigore politico al suo partito.

D’altra parte, la Turchia è paese candidato dell’Unione Europa e membro del Consiglio d’Europa e questo ne comporta il necessario rispetto del principio fondamentale dell’abolizione della pena capitale. E proprio a questi due attori politici si rivolge infine l’analisi dell’ESI. Gli autori sollevano dubbi sulla posizione dell’UE rispetto alle dichiarazioni rilasciate da varie figure politiche di condanna alla proposta, senza però che esista a supporto di esse una linea decisa riguardo a come agire nei confronti del processo di integrazione in corso – considerata inoltre la lunga fase di stallo dei negoziati – nel caso in cui la pena di morte venisse reintrodotta. Guardando invece al Consiglio d’Europa, viene auspicata una campagna di sensibilizzazione politica e di difesa non solo indirizzata alla Turchia ma ad un più ampio pubblico europeo, al fine di ricordare l’importanza di questa importante conquista politica nel campo dei diritti umani.

(Cecilia Borrini via balcanicaucaso.org)


Illustr: BS

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