Non è l’Islam che spinge i giovani europei verso il terrorismo

[Di Olivier Roy] Olivier Roy, uno dei migliori esperti francesi sul terrorismo islamico, racconta a Haaretz come gli assalitori come Salman Abedi a Manchester si trasformano in “nuovi radicali” che desiderano la morte.

Salman Abedi, il bomber suicida che ha ucciso 22 persone in un concerto a Manchester, ha avuto una vita abbastanza agiata rispetto ai genitori, fuggiti dalla Libia di Gheddafi ed in cerca di una nuova vita in Gran Bretagna. In realtà è stata questa specie di dislocazione ad averlo reso instabile due decenni dopo, commenta Olivier Roy, uno dei migliori esperti francesi sul terrorismo islamico.

Secondo Roy, “il 60% di coloro che sostengono il jihadismo violento in Europa sono musulmani di seconda generazione, che hanno perso la loro connessione con il loro paese di origine e non sono riusciti ad integrarsi nelle società occidentali”.

Essi sono soggetti ad un “processo di deculturizzazione” che li lascia ignoranti e staccati sia dalla società europea che da quella di origine. Il risultato, sostiene Roy, è un pericoloso “vuoto d’identità” in cui “cresce l’estremismo violento”.

Nato in Inghilterra nel 1994, Abedi sarebbe stato successivamente attratto da un violento fondamentalismo dopo una vita vissuta in un limbo. Da una parte, ha cercato di riconnettersi con la Libia, dove ha viaggiato poco prima dell’attentato di Manchester, mentre dall’altro ha tentato di emulare gli stessi giovani britannici che ha ucciso.

“A differenza delle seconde generazioni come Abedi, le terze generazioni sono normalmente meglio integrate in Occidente e non rappresentano più del 15% dei jihadisti di origine”, dice Roy. “I convertiti, che hanno anche un approccio all’Islam decontestualizzato da ogni cultura, rappresentano circa il 25% di coloro che sono preda di un violento fondamentalismo”.

È un modello che può essere tracciato dalla seconda generazione di Khaled Kelkal – la prima jihad autoctona di origine francese nata nel 1995 – ai fratelli Kouachi che hanno attaccato la rivista satirica Charlie Hebdo a Parigi nel 2015. La regola si applica anche ai combattenti stranieri come Sabri Refla, il belga figlio di un padre marocchino e di una madre tunisina, partito per la Siria a 18 anni “dopo aver espropriato un Islam completamente sciolto dal nostro background”, racconta sua madre Saliha Ben Ali.

Con poca conoscenza della religione o della cultura islamica, i giovani come Abedi si rivolgono al terrorismo con un “istinto suicida” ed “un fascino per la morte”, dice Roy. Questo elemento chiave è esemplificato dallo slogan jihadista, coniato da Osama bin Laden: “Noi amiamo la morte come tu ami la vita”. […continua…]

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