Voto nel Regno Unito: tra terrorismo e Brexit, Theresa May rischia

Nonostante le lamentele dei commentatori professionisti sulla noia e la ripetitività del confronto elettorale in Gran Bretagna, in realtà ogni giorno porta il suo dramma, macroscopico come gli attacchi terroristici di Manchester e Londra, o più convenzionale come nel caso delle varie gaffe e dei repentini cambi di posizione dei protagonisti principali della campagna in vista del voto anticipato dell’8 giugno.

Come sempre in questi casi, gli attentati hanno fatto scattare un riflesso di defiance e solidarietà tra gli inglesi: una fortissima volontà di dimostrare che i sudditi di Sua Maestà non cambieranno minimamente il loro modo di vivere e di pensare sotto la pressione del terrore jihadista. Ma a differenza delle atrocità di Manchester, l’attacco di Londra ha inciso subito sulla campagna elettorale in corso.

A destra vengono tirati fuori di nuovo i soliti attacchi al leader laburista Jeremy Corbyn per le sue ‘amicizie’ vecchie di 30 anni con l’Ira e con esponenti di Hamas. Davanti all’Isis, dicono i suoi avversari, il suo impulso di fondo sarebbe quello di tendere la mano della mediazione e cercare un negoziato.

Polizia, i tagli e il dietrofront dei conservatori

Ma al contrario del previsto, tutto ciò non sta andando a beneficio della premier Theresa May, assediata nel suo bunker a due passi da London Bridge. Il motivo è molto semplice. Ogni giorno che passa diventa sempre più evidente che la polizia sapeva di questi attentatori, sia dalle proprie indagini, sia dagli avvertimenti di persone a loro vicini. È stato quindi a causa di disorganizzazione o mancanza di risorse che la polizia non ha potuto o non è stata in grado di intervenire per bloccarli?

Il problema si pone in maniera drammatica per la May, poiché durante il suo mandato al ministero degli Interni sotto il governo di David Cameron ha abolito 19 mila posti di ruolo nella polizia, in nome della campagna per il riequilibrio delle finanze pubbliche: un progetto che ha prodotto lacrime e sangue in tutto il settore pubblico e che lei ha prontamente sospeso, senza battere ciglio, una volta arrivata al n.10 di Downing Street.

Non sono solo Corbyn, che per queste responsabilità pregresse ne invoca le dimissioni, e gli altri oppositori a puntare il dito in questa direzione: persino uno dei più noti commentatori di destra dei media inglesi, Piers Morgan, dalle colonne del Daily Mail collega l’inevitabilità dell’accaduto ai tagli imposti dalla May. Il governo risponde facendo notare che i fondi per le operazioni anti-terrorismo sono stati aumentati sempre, e che a fronte di ogni attentato riuscito numerosi altri sono stati bloccati.

Controlli in Rete e repentini riposizionamenti

Dopo l’attentato di Londra, la May ha richiesto più sforzi contro ‘l’estremismo’ – non meglio identificato – e soprattutto più controlli sugli utenti della Rete da parte dei giganti digitali. Facebook, Google e gli altri colossi hanno risposto subito, facendo notare che ci stanno provando, ma in un contesto in cui 400 ore di materiali sono caricati su YouTube ogni minuto, è difficile tenere tutto sotto controllo.

Un ulteriore intervento della premier May su questo fronte rischia di affossare ancor di più la sua credibilità, come già successo con le promesse di ridurre l’immigrazione nel Regno Unito a qualche decina di migliaia all’anno – attualmente viaggia sui 240 mila -, senza tuttavia alcuna indicazione su come raggiungere nella pratica l’obiettivo.

Effetti politici simili hanno avuto i vari e repentini cambi di direzione operati dalla May davanti alle reazioni incredule dei suoi stessi sostenitori dopo aver letto il Manifesto del Partito conservatore, la dichiarazione programmatica dei Tories che si candidano a mantenere il governo.

In particolare, le nuove proposte sul finanziamento della cura degli anziani nelle case di riposo hanno provocato un grande risentimento nella base. All’inizio, era sembrato infatti che ogni famiglia dovesse rimborsare lo Stato per le spese effettuate durante le ultime fasi della vita dei propri familiari. Apriti cielo! Non sono forse gli anziati i più determinati elettori in generale e dei Conservatori in particolare? Il passo indietro della May è stato immediato, goffo e imbarazzante.

Brexit, una leadership fragile e incoerente?

Così è stata distrutta subito, e dalla sua stessa parte politica, la tattica della May di scommettere tutto sulla Brexit e sulla sua presunta capacità di leadership nella grande battaglia in arrivo. La grande stampa ha scoperto che in provincia gli elettori si preoccupano soprattutto dello stato critico del servizio sanitario, delle scuole e dei trasporti pubblici dopo anni di tagli, oltre alla carenza di case a prezzi accessibili.

Se interrogati esplicitamente sulla Brexit, comunque, gli elettori delle periferie non hanno dubbi: anche se quello conservatore è “un partito di snob che mangiano caviale e ostriche” (sic!), Theresa May resta il leader più adatto per condurre il negoziato per l’uscita dall’Unione europea.

Ma in un’epoca in cui la personalizzazone della politica è sempre più enfatizzata, lo stile impaziente ed altezzoso della premier, le sue incoerenze e, soprattutto, il suo rifiuto di partecipare a un dibattito televisivo con gli altri candidati (confronto che si è svolto il 31 maggio scorso) l’hanno danneggiata in modo forse irreparabile.

Corbyn, l’insperata riscossa laburista

In contrasto, il personaggio Corbyn sta raccogliendo sempre più consensi, a dispetto di tutti i pronostici disastrosi che avevano accompagnato la sua comparsa sulla scena: è l’effetto Bernie Sanders, confermato da Sanders stesso. Il Manifesto del Partito laburista ha raccolto consensi anche da parte di quelli che si rendono conto che molte delle sue innumerevoli proposte (spalmate su 123 pagine) non potrebbero mai essere realizzate.

A catturare i titoli delle prime pagine dei giornali sono stati i piani di ri-nazionalizzazione delle ferrovie e delle grandi aziende energetiche, di abolizione delle tasse universitarie, di rilancio del sistema sanitario e di quello scolastico, insieme all’estensione del diritto a un’abitazione e all’eliminazione dei contratti super-flessibili a zero ore. Il leader laburista ha anche promesso di porre fine agli interminabili tagli nel settore pubblico e di aumentare le tasse sui ricchi.

Corbyn è evidentemente più a suo agio in mezzo alle folle di ordinary people, ed è riuscito a mantenere il suo seguito tra i giovani grazie a Facebook e Twitter. Le sue dichiarazioni programmatiche toccano molti punti dolenti per il grande pubblico. Ma è impossibile ignorare i gravi difetti del leader laburista e della sua squadra: la loro quasi totale mancanza di esperienza governativa, la debolezza politica ed intellettuale di molti esponenti della sinistra britannica, l’incapacità di valorizzare tutti i giovani fin qui reclutati, la perdurante e opaca ombra dei sindacati che sembrano reduci di un’altra epoca.

In molti angoli del Paese, tanti elettori di antica fede laburista stanno orientandosi sui Tories per via della gestione del dossier Brexit. Poiché i voti dell’Ukip – il partito degli euroscettici a tutti i costi – stanno andando quasi tutti alla May, saranno i transfughi di Nigel Farage che alla fine faranno la differenza nelle urne dell’8 giugno?

(David Ellwood, Johns Hopkins University, SAIS Bologna Center, via Affarinternazionali.it)

 


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