2 giugno, l’Italia deve ritrovare fiducia

Oggi sventolano i tricolori e le bande suonano l’Inno di Mameli. Non scrolliamo le spalle. Lasciamo da parte gli eccessi di retorica. Non è nazionalismo; è ricerca d’identità. Ne abbiamo più che mai bisogno. Per essere parte integrante di un mondo globale, per difenderlo dalle minacce al clima e alla sicurezza, per collaborare e competere ad armi pari fra molti amici e qualche avversario, l’Italia deve credere in se stessa. Il 2 giugno non è altro che questo.

È illusorio pensare di sostituire l’identità nazionale con un’artificiale identità europea. Nessun altro lo fa. Non i tedeschi, non gli irlandesi, non i greci. Per essere buoni europei bisogna innanzitutto essere buoni italiani.

In Italia il tricolore spunta solo oggi e in altre rare occasioni, come i raduni degli alpini, le Olimpiadi o la Coppa del Mondo. In Francia, uno sbandierare rosso-bianco-blu circondava la vittoria di Emmanuel Macron – candidato europeista; negli Stati Uniti qualsiasi evento è tutto stelle e strisce.

La nostra ritrosia riflette una sotterranea mancanza di fiducia. Ci indebolisce.

La fiducia proietta nel futuro, ma nasce dal passato e vive nel presente. La incrinano, in Italia, memoria corta e sottovalutazione delle capacità del Paese d’affrontare le vacche magre che dal 2008 affliggono l’intero scenario internazionale ed europeo. Eppure solo da noi ci si ostina a parlare di «crisi» mentre si avvertono i sintomi di una pur fragile ripresa, testimoniata dalla Relazione del Governatore di Bankitalia. Il resto dell’Europa ha girato pagina.

L’Italia è in prima linea e a testa alta nelle tre principali sfide di questi ultimi anni: economia, terrorismo e immigrazione. Con un faticoso colpo di reni, Roma si è sottratta alla spirale di un indebitamento insostenibile che avrebbe travolto l’Eurozona; la Grecia può essere tenuta a galla, l’Italia no. La medicina del governo Monti ha curato una febbre da cavallo lasciando il paziente debilitato ma più sano di prima. Dopo i sacrifici, si affaccia finalmente la crescita. Timida per ora, ma credibile se continueremo a rimboccarci le maniche come Ignazio Visco ha invitato a fare.

Vuoi per bravura dei nostri servizi, vuoi per capacità di tenere a bada la radicalizzazione estremista, vuoi per fortuna, l’Italia non si è scontrata direttamente col terrorismo che ha insanguinato mezza Europa. Resta nell’occhio del ciclone. La pista libica dell’attentato di Manchester dimostra quanto vicina sia la minaccia. Ci siamo pertanto impegnati nel tentativo di rimettere la Libia sulla carreggiata di una statualità responsabile. Ultimi ad abbandonare Tripoli nel 2015, primi a riaprire l’ambasciata nel 2016. I rischi, non indifferenti, sono ripagati dall’influenza sul processo politico guadagnata. Ci viene riconosciuta a Washington, al Cairo, a Bruxelles e a Mosca. Non ci sottraiamo alla responsabilità malgrado la semi-latitanza dell’Ue.

Il capitolo immigrazione è aperto e tutt’altro che soddisfacente: il rubinetto balcanico è chiuso, quello africano aperto a manetta, l’aiuto europeo (o internazionale, dopo il G7) minimo. L’Italia cerca di arginarlo a monte, aiutando la Libia a riprendere controllo delle frontiere e con una politica di riammissione nei Paesi di provenienza. Intanto lo tratta con umanità, generosità e spirito d’integrazione. E’ gestione, non soluzione – non esiste un «diritto ad emigrare» e i flussi vanno controllati e disciplinati. Ma è un comportamento di cui andare fieri.

Una serie di Presidenti della Repubblica, governi, maggioranze parlamentari ha tenuto ferma la barra in circostanze non facili. Certo molto resta da fare; non è il momento di compiacimenti. Ma la fiducia dovrebbe venire anche dal passato, recente e lontano. L’America chiama «grande generazione» quella che guidò e costruì la nazione dopo le ferite inflitte dalla Seconda Guerra mondiale. L’Italia, che risalì una china ben più ardua, l’ha seppellita sotto le macerie della «Prima Repubblica», facendo di un miracolo una macchia. La memoria dovrebbe essere più lungimirante. L’Italia del dopoguerra, della democrazia, della crescita e della vittoriosa sopravvivenza agli anni di piombo merita ben altra fiducia.

Abbiamo trovato il coraggio d’imprese straordinarie in momenti difficili. Le ferite della dittatura fascista, del conflitto mondiale e della guerra civile, erano a malapena rimarginate quando, nel 1954, Achille Compagnoni e Lino Lacedelli, spalleggiati da Walter Bonatti e Amir Mahdi, scalarono il K2. Edmund Hillary e Tenzig Norgay avevano appena piantato l’Union Jack sull’Everest. Un anno dopo, il tricolore sventolava sulla vetta seconda solo in altezza, alpinisticamente ben più dura. La stessa bandiera oggi sventola nelle piazze e nelle strade italiane per restituirci la stessa fiducia.

(Stefano Stefanini via Lastampa.it, cc-by-nc-nd)

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