Non si combatte il terrorismo con uno stato di polizia

[Di Laurie Penny, New Statesman, UK] – Che cosa siamo disposti a sacrificare per la sicurezza dei bambini? La sera del 22 maggio 22 persone sono state massacrate alla Manchester Arena. Erano perlopiù ragazzine che uscivano da un concerto pop. Alcune ore prima che l’assassino fosse identificato o che il gruppo Stato islamico (Is) rivendicasse l’attentato, il dibattito politico aveva già virato verso la richiesta di vendetta.

In nome di quei bambini morti, rispettati opinionisti invitavano a fare un ulteriore giro di vite sui migranti e sulle persone percepite come straniere, a far scendere in strada l’esercito, a creare “campi d’internamento”, il tutto con facce impassibili e la sincera convinzione che chiunque non fosse d’accordo fosse un debole o addirittura simpatizzasse con i terroristi. Un sacco di ragazzine sono state uccise. A che servono oggi la tolleranza e i diritti umani?

Nessuno, nell’immediato, può restare del tutto lucido quando decine di bambini vengono mutilati o uccisi. Esistono, tuttavia, individui che sono più pronti di altri a sfruttare l’occasione per portare avanti i loro piani.

Le accuse ai progressisti

Ancora una volta, sentiamo ripetere che lo stato non è all’altezza del compito di proteggere i “nostri” bambini, che quegli smidollati dei progressisti non permettono di proporre le “ovvie soluzioni” a questi problemi. Nessuno è in grado di articolare con precisione quali sarebbero le “ovvie soluzioni”: tutti si limitano a trattare la questione con sguardi corrucciati, sopracciglia alzate e dure allusioni alle conseguenze del politicamente corretto.

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Foto: St. Anne’s square, Manchester
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