Terrorismo, le ragioni della nuova offensiva

Manchester e i suoi morti. Le ragioni per un ennesimo attacco del terrorismo jihadista in Europa c’erano tutte e ve ne sono altrettante per prevederne ulteriori in un sequel del terrore che sembra non aver mai fine.

Riepiloghiamole rapidamente, anche se non sono inedite. Il fatto che il presunto attentatore, cittadino britannico nato nel Regno Unito, fosse figlio di rifugiati libici conferma che i processi di radicalizzazione non conoscono origine geografica. Se ci fosse dell’altro, potranno chiarirlo le indagini.

L’efficacia, anzitutto, delle coalizioni internazionali anti Isis – quella a guida americana e quella a prevalenza russa, da qualche tempo più convergenti nelle loro attività – ha drasticamente ridotto le piattaforme territoriali controllate dal sedicente stato islamico a cavallo tra Siria e Iraq e ha impedito i collegamenti, pur tentati, con altre roccaforti in Yemen, Somalia, Libia, Mali, Nigeria.

L’insediamento di Sirte non è più una minaccia, mentre Mosul sta per essere riconquistata e si prepara l’attacco finale alla «capitale» jihadista di Raqqa. Il ricorso, per reazione, a forme più tradizionali di terrorismo era preannunciato e atteso.

Inclusi gli attacchi suicidi, soprattutto contro bersagli molto paganti in termini di esibizione di potenza e clamorosi per l’impatto mediatico, quali le popolazioni inermi delle città europee.

La competizione poi, su questo terreno, tra l’Isis, Al Qaeda – tutt’altro che debellata – e le molteplici organizzazioni, più o meno ideologizzate, che ad essi si richiamano non fa che accentuare i rischi e moltiplicare i pericoli. Diventano ancora maggiori per il prevalere di forme di jihadismo randomico e casuale, con singoli nativi autoradicalizzati o reduci dai teatri di guerra che ricorrono a mezzi semplici e banali per colpire tra la folla, spesso rispondendo ad appelli all’azione generici, diffusi via web come messaggi in bottiglia. Solo molto parzialmente si tratta di iniziative organizzate e in qualche modo guidate, rendendone ardua la prevenzione e più probabile il successo. Senza contare i fallimenti dei vari modelli di integrazione tentati nei Paesi europei, più o meno tutti sfociati in episodi di radicalizzazione che fanno friabili e pericolosi i nostri stessi fronti interni. Lo dimostra anche il kamikaze di Manchester.

BRITAIN TERROR ATTACK MANCHESTER

E l’alleanza, infine, che pure si profila – con Trump forse in modo più pragmatico rispetto al passato – tra democrazie occidentali, Stati sunniti moderati (perfino l’Arabia Saudita, culla del wahabismo, finora troppo silente) e un mondo culturale e religioso islamico di cui l’egiziana al-Azhar non è che l’esempio più visibile e autorevole. Agli occhi del jihad è un pericolo consistente, da contrastare con tutti i mezzi: rischia di pregiudicare l’obiettivo primario della leadership del mondo sunnita, per candidarsi poi alla conquista ultima dell’Islam contro gli sciiti. Non a caso, accanto ai morti occidentali, che «fanno notizia» e proseliti, le vittime sunnite del terrorismo jihadista si contano a centinaia.

Insomma, nulla di veramente nuovo in punto di analisi e pur in mancanza di dettagli più precisi sulla strage di Manchester. Le stesse cause di fondo, gli stessi possibili esecutori e modalità, la stessa finalità kamikaze di provocare paura e orrore, la stessa smania di «punire» gli infedeli nei loro simboli più odiati, questa volta ancora un concerto rock, altre volte lo sport o semplicemente lo svago.

A ben guardare tuttavia, qualcosa da rilevare c’è.

Da un lato, la coazione a ripetere alla quale pare ormai condannato un terrorismo jihadista che si mostra incapace di rinnovarsi, indotto a uccidere bambini per sperare di impressionare, testimone del fallimento delle proprie ambizioni di egemonia territoriale, costretto a prendere atto a un quindicennio di distanza che neppure un evento epocale come l’11 settembre ha davvero mutato a proprio favore gli equilibri mondiali.

Dall’altro, la resilienza sempre maggiore delle democrazie occidentali. Il business as usual di Londra dopo il dramma di Westminster, la solidità delle istituzioni francesi dopo il Bataclan, la stabilità tedesca dopo le stragi nei mercati natalizi. Ricorda la reazione che avemmo noi all’apice del terrorismo nostrano e di cui speriamo di non dover più dare altra prova. Non è imbelle rassegnazione, è la consapevolezza di disporre, tutti insieme, degli strumenti, morali, politici, militari, necessari per resistere, contrastare e continuare.

E soprattutto di essere determinati ad usarli. Ad ogni attentato jihadista sempre più.

(Giampiero Massolo via La Stampa, cc.by.nc.nd)

Foto: prime pagine di tabloid di oggi
Sotto: flickr

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