Russia intermediaria nella crisi coreana?

Ormai da tempo la Russia gioca un ruolo fondamentale in uno dei principali punti di crisi dello scacchiere mondiale, ovvero la penisola coreana, dove i recenti test nucleari del regime di Pyongyang hanno portato a un confronto aperto con gli Stati Uniti. Non a caso il leader nordcoreano Kim-Jong-un potrebbe chiedere al Presidente russo Putin di fare da intermediario in un potenziale incontro con il Presidente Trump

1. IL RUOLO STORICO DELLA RUSSIA NELLA REGIONE – Fin dalla conclusione della seconda guerra mondiale, e per tutta la “guerra fredda”, l’URSS  ha  giocato un ruolo fondamentale nella penisola coreana. Dopo la fine della colonizzazione giapponese, durata 35 anni, alla fine del secondo conflitto mondiale la Corea venne divisa in due zone di influenza, fissate al 38° parallelo: la parte nord sotto controllo sovietico in appoggio a un governo provvisorio formato dal leader della resistenza anti-giapponese, Kim Il-Sung (nonno dell’attuale leader Kim Jong-un); la parte sud sotto controllo americano. Questa divisione, che doveva essere negli effetti provvisoria, divenne definitiva in seguito alla logica della spartizione in zone di influenza della ormai nascente guerra fredda. Il nord divenne uno Stato socialista, guidato da Kim Il-Sung (come Primo Ministro e poi Presidente dal 1972 in seguito a una riforma costituzionale), mente il sud vide la formazione di un Governo filo-americano e anti-comunista guidato da Syngman Rhee. I due nascenti Stati coreani si proclamavano (e si considerano tuttora) legittimi governi di tutta la Corea, ed entrambi elaboravano, con l’aiuto delle due superpotenze, piani per una riunificazione della penisola coreana sotto il proprio Governo. Soprattutto a vedere una potenziale invasione del sud verso il nord era l’ambasciatore sovietico Terentii Shtykov, che da un altro lato appoggiava il progetto di Kim Il-Sung di una Corea riunificata sotto il socialismo. La guerra scoppiò nell’estate del 1950 e fu il primo scontro della “guerra fredda”: Mosca sostenne senza esitazione Pyongyang, avanzando la tesi ufficiale che il conflitto era scoppiato proprio per i timori Shtykov, cioè un invasione da parte del sud, non un “blitzkrieg” da parte del  nord; Washington sostenne ovviamente il sud, temendo un allargamento dell’influenza sovietica in Asia, incoraggiato anche dalla vittoriosa rivoluzione comunista in Cina dell’autunno del 1949. Proprio quest’ultima giocò un ruolo decisivo nel conflitto, sostenendo il nord.

La guerra si concluse, dopo tre anni, nel 1953, con un armistizio che ristabilì lo status quo del 1945 fissando il confine fra le due Coree proprio al 38° parallelo, trasformato in zona demilitarizzata. La fine del conflitto non spense in entrambi gli Stati coreani i sogni di riunificazione, soprattutto nel nord, dove Kim il Sung continuò a perorare la causa presso i suoi due maggiori alleati, Cina e URSS. Molti nordocoreani arrivarono addirittura a credere che la riunificazione sarebbe avvenuta nel 1982, settantesimo compleanno di Kim Il-Sung. Nel frattempo il sud conobbe un notevole boom economico, ma accompagnato da grande instabilità politica, con gravi episodi di corruzione e molteplici colpi di stato militari. La fine della guerra fredda, la dissoluzione del campo socialista e dell’URSS  stessa provarono molto il Governo nordcoreano, e la Russia guidata da Boris Yeltsin decise inizialmente di supportare il Governo di Seul. Lo stesso Presidente russo, nel 1996, invitava il nuovo leader di Pyongyang, Kim Jong-il (succeduto nel 1994  al padre Kim Il-Sung), a rispettare l’armistizio del 1953.

2. PUTIN E IL RIAVVICINAMENTO A PYONGYANG – L’ascesa al potere in Russia di Vladimir Putin, agli inizi degli anni 2000, ha segnato il ritorno da parte di Mosca ad avere una maggiore attenzione verso Pyongyang. Il primo atto ufficiale di rafforzamento delle relazioni fra i due Governi è del febbraio 2000, con la firma di un trattato di amicizia e cooperazione. Da allora, i rapporti tra Mosca e Pyongyang si sono fatti sempre più fitti, in particolar modo sia nella ultima fase di leadership di Kim Jong-il, sia con l’attuale leader, Kim Jong-un. Ed ora, nell’attuale crisi, la Russia sta giocando un ruolo diplomatico di primo piano, sia dentro che fuori il “Palazzo di vetro” dell’ONU: secondo un dispaccio della Tass il portavoce di Putin, Dmitri Peskov, si è detto contrario all’introduzione di nuove sanzioni nei confronti della Corea del Nord. Il Ministro degli Esteri Sergei Lavrov ha anche ammonito gli USA a non effettuare un attacco preventivo nei confronti della  Corea del Nord, citando specialmente i recenti avvenimenti siriani.


Museo della guerra, Pyongyang

3. PUTIN: IL MEDIATORE DI KIM? –  Quindi il ruolo della Russia nella regione, e in generale nell’area internazionale, va rafforzandosi. L’esperto russo Gregorji Tolovaya afferma che la Russia può giocare un ruolo da intermediario nell’attuale crisi nella penisola coreana. Infatti lo stesso Kim potrebbe rivolgersi al Presidente russo Putin proprio per far da intermediario a un possibile incontro con Trump. Però la cosa appare molto nebulosa, come sostiene sempre l’esperto russo. Intanto, nei giorni scorsi, lo stesso Putin, in visita in Giappone, ha chiesto sia alla Corea del Nord che agli Stati Uniti di sospendere ogni proposito bellicoso e di impegnarsi a un dialogo per risolvere la crisi. La prudente linea diplomatica perseguita  dal capo del Cremlino è volta sia a contrastare gli Stati Uniti che a rafforzare i legami economici con Pyongyang, non solo per risolvere la crisi che c’è tra essa e Washington, ma anche come carta per un negoziato più ampio con l’amministrazione Trump.

(Andrea Costanzo via ilcaffegeopolitico.org, cc-by-nc-nd)


Foto Pyongyang, Corea del Nord – NViktor cc-by-nc-nd
alexmontesg cc-by-nc-sa, alexmontesg cc-by-nc-sa

 

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