Le regole d’oro per non sentirsi straniero altrove

Sempre più italiani cambiano regione o vanno all’estero. “Il segreto è ricreare una geografia degli affetti e dei luoghi”.

Casa è… dove vivono i familiari? Dove si trova l’amore? Dove si concentra la maggioranza degli amici? Dove si lavora? Dove si sono individuati medico-banca-bar preferito? Per il «popolo dei traslocatori», che sparpaglia pezzi di vita qua e là, è una domanda a cui è difficile rispondere.

Sapere quanti siano è impossibile, perché molti (soprattutto i più dinamici) si spostano senza «lasciare traccia» all’anagrafe. Quelli che invece hanno cambiato residenza, secondo l’Istat, ammontano a un milione e 500 mila in un anno. Tra loro, 313 mila (in calo rispetto a 10 anni fa, quand’erano 330.969) si sono trasferiti in un’altra regione e 147 mila (un dato più che triplicato rispetto al 2005) all’estero. Numeri contenuti, soprattutto se confrontati a quelli dei più dinamici Stati Uniti o degli altri Paesi europei (l’Italia, con il 95% dei ragazzi sotto i 30 anni che non ha mai fatto un’esperienza all’estero, è maglia nera in Europa, secondo l’Eurobarometro 2016), ma comunque interessanti. Includono sia chi si sposta per la prima volta sia chi ha accumulato trasferimenti da una città all’altra, tanto da non sapere più dove localizzare casa.

«Non per nulla – sottolinea la psicoterapeuta Maria Rita Parsi – il trasloco è uno degli eventi stressanti inseriti nella scala di Holmes». Ripartire in un’altra città, perdipiù se da soli, può essere «traumatico – osserva -. Molti hanno bisogno di un percorso di assistenza psicologica». L’inserimento nel nuovo tessuto sociale non è istantaneo: «Si stima che avvenga tra il primo e il terzo anno», continua Parsi.

Un periodo in cui bisogna costruirsi una nuova geografia, degli affetti e dei luoghi. «Focalizzarsi sulla progettualità, e non su quello che si è lasciato indietro, è fondamentale – commenta Michele Maisetti, psicologo della salute e direttore dell’Associazione italiana psicologi -. La prima rete è quella dei colleghi, ma anche social network e siti d’incontro aiutano, se in tempi utili passiamo poi dal virtuale al reale».

A rendere più difficili, ma in alcuni casi più stimolanti, i «nuovi» trasferimenti, è l’assenza «dei cosiddetti legami forti, che ai tempi delle migrazioni di massa costituivano un supporto fondamentale – spiega Enzo Mingione, docente di Sociologia all’Università Bicocca di Milano -. Gli italiani che emigravano nel secolo scorso, in Italia o all’estero, seguivano le orme di altri italiani, spesso parenti o amici. Era un fenomeno abbastanza omogeneo – continua – ma oggi è molto più individualizzato. Non ci si trasferisce in America perché c’è uno zio, ma per iscriversi a un certo dottorato. Questo cambia il quadro della protezione sociale. Le reti di oggi, fatte spesso di colleghi e conoscenti, sono più rarefatte: legami deboli, li chiamava già decenni fa Mark Granovetter, perché sono più fragili in termini protettivi ma spesso più pregiati, ricchi». Reti di professionisti, di diverse età e magari nazionalità, «che danno meno aiuto pratico ma più informazioni». Nuove macchine creatrici di legami deboli, secondo Mingione, sono anche i social network, che spesso si riempiono di domande proprio di chi sta per trasferirsi in una città che non conosce, e in cui non conosce nessuno. Senza dimenticare che non tutti i nuovi migranti «sono altamente qualificati – sottolinea Maurizio Ambrosini, docente di Sociologia delle migrazioni all’Università di Milano -. Circa la metà sono “old style” e si trasferiscono trovando lavori modesti, almeno all’inizio. Più il lavoratore è debole, più la rete sociale è importante: in questi casi le dinamiche non sono molto diverse da quelle di decenni fa e il sostegno dei connazionali rimane fondamentale».

Una volta trasferiti, come si ricrea «casa»? Con una strategia sintetizzabile in tre punti, secondo la psicoterapeuta Parsi: «Innanzitutto bisogna avere, più che conoscenza, almeno cognizione del luogo in cui si sta andando, delle sue caratteristiche sociali e culturali. Poi attivare le persone di riferimento, o, se non ci sono, trovare alleati fra colleghi e vicini. Infine, capire quali sono i luoghi di aggregazione del quartiere che più si confanno a noi, dal bar alla palestra al luogo di culto, e frequentarli. La geografia dei luoghi, oltre a quella dell’anima, è fondamentale. Altrimenti si rischia di rintanarsi fra le proprie quattro mura e a disposizione rimane solo il mondo virtuale».

Sentirsi a casa significa qualcosa di diverso per ciascuno, impossibile generalizzare. «È un bisogno insito nel genere umano e basta pensare che la sicurezza è al secondo posto, dopo le necessità fisiologiche, nella piramide di Maslow. Non c’è una regola unica per tutti – sottolinea Maisetti – ma sicuramente il vero benessere dev’essere fisico, mentale e sociale e non esiste se manca uno dei tre aspetti. Solo se stiamo bene possiamo sentirci a casa, non sentirci soli anche se lo siamo».

(Elisabetta Pagani via La Stampa, cc.by.nc.nd)

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