A Praga summit sulla contro-guerriglia cibernetica contro le interferenze russe

«Le democrazie devono dotarsi di policies e leggi per contrastare le “disinformation operations” ostili, che vanno avanti costantemente, non solo durante i periodi elettorali». Chi dirige queste operazioni di disinformazione può essere uno stato straniero, come la Russia. Magari in coordinazione nascosta con campagne elettorali di partiti nazionali.

È una delle affermazioni che meglio riassumono il concetto di fondo di un summit iniziato lunedì e che si tiene per cinque giorni di questa settimana a porte chiuse a Praga: esperti in sicurezza e analisti di ventisette paesi dell’area Nato sono impegnati in una discussione organizzata da Stratcom, il centro per le comunicazioni strategiche Nato. La Stampa ha letto l’interessantissimo documento preparatorio, che viene presentato nei primi due giorni dell’incontro a 160 specialisti governativi. Il testo è stato preparato dallo European Values, un think tank di Praga specializzato nella lotta alla disinformazione e alle cyber-operazioni, specialmente di fonte russa.

Lo firma Jakub Janda, capo del Kremlin Watch Programme del think tank, che ha lavorato con altri nove esperti di diversi paesi, europei e americani. La Repubblica Ceca (dove presto si andrà alle urne), assieme ai Paesi baltici e ovviamente all’Ucraina, sperimenta da anni ciò che a noi europei occidentali pare una relativa novità: le pesanti interferenze della Russia nei processi elettorali occidentali. Fino a pochi mesi fa sembrava un argomento astruso, da visionari. Ma dopo il tentato hackeraggio al Bundestag (in Germania si voterà a settembre), dopo l’elezione di Donald Trump (una campagna segnata anche dall’hackeraggio ai danni dei democratici, e i leaks delle mail hackerate sparsi da luoghi come Dcleaks, o Wikileaks), dopo l’attacco russo a Macron (aiutato nella diffusione dalla rete ingegnerizzata pro Trump), il rischio appare ormai tangibile. Anche lo scorso referendum italiano è stato notevolmente turbato. Macron è stato il primo a reagire con una contro cyberguerra (cyber-deception) vincente, attraverso codici e false informazioni disseminati nelle mail attaccate. Potrebbe essere un caso di scuola: anche se si pensa a quanto il sistema italiano sia ignaro (tolte eccezioni) su come reagire.

Il testo di Praga propone 35 misure «per la resilienza dei processi elettorali nelle democrazie». In sostanza, come resistere all’interferenza di Putin. Ne elenchiamo alcune: «la rapidità di strutture, pubbliche o private, nell’analisi forensica per individuare attacchi hacker, o anche solo tracciare operazioni di disinformazione». Il tempo è tutto. La capacità (governativa o privata) di «usare indirizzi mail disseminati di codici e password e dati ingannevoli» (stile campagna Macron). L’abilità nell’«usare tool cibernetici offensivi contro gli attaccanti» (à la guerre comme à la guerre). In Italia si discute stancamente di legge elettorale, tra tecnicismi che nessuno capisce; non si parla invece di alcune norme che starebbero bene in una legge elettorale, «i partiti potrebbero dichiarare e promettere (pena multe pesantissime, tali da farli scomparire) che non useranno nessuna forma di bot e automazione nelle campagne sui social network», o che dovranno dichiarare tutti gli account social controllati, direttamente o indirettamente. «Nessuna coordinazione tra campagne di partiti opposti». «Una sola centrale responsabile della protezione cibernetica dello stato». «Una legislazione che vieti finanziamenti dall’estero di attività politica o campagne». «L’obbligo per i candidati di pubblicare la dichiarazione dei redditi». «L’obbligo di trasparenza al 100 per cento, comprese piccole donazioni, sui finanziamenti».

Senza parlare di questo, come stanno facendo Francia e Germania, la cyberguerra contro Mosca, e i suoi tanti amici anche nelle democrazie, è persa in partenza.

(Jacopo Jacoboni via lastampa.it, cc-by-nc-nd)


Illustr.: geralt /pixabay CC0

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