Slovacchia e Ungheria difendono in Corte UE il rifiuto alle quote di richiedenti asilo

La Slovacchia e l’Ungheria hanno affermato mercoledì in una udienza presso la Corte di giustizia dell’Unione europea che la ricollocazione dei richiedenti asilo tra gli Stati membri dell’Unione con un sistema di quote è una misura illegale. La posizione estrema dei due paesi centroeuropei, ha scritto Reuters, è stata sostenuta solo dalla Polonia mentre è contestata da Germania, Francia e altri Stati membri in un contrasto che potrebbe portare a un muro contro muro. Bratislava, che in questa battaglia si è alleata con Budapest, ha così difeso la decisione di non accettare l’invio di richiedenti asilo da altre nazioni come progettato dalla Commissione europea nel 2015.

L’UE aveva proposto di ridistribuire 120.000 migranti (numero poi alzato a 160.000) per contribuire ad alleviare la pressione sugli stati di frontiera Italia e Grecia, assegnando ad ogni paese europpeo una quota di richiedenti asilo in base alla popolazione e al reddito dei singoli Stati. Un consiglio europeo dei ministri dell’Interno aveva poi approvato la proposta a grandissima maggioranza, con pochi voti contrari (Slovacchia, Ungheria, Repubblica Ceca e Romania). In realtà il programma di ricollocamento, che scadrà a settembre, non ha mai davvero funzionato e solo poche migliaia di migranti (Reuters dice 18.000) sono stati davvero spostati verso paesi di accoglienza in oltre un anno e mezzo.

La Slovacchia, cui erano state assegnate circa 2.300 persone in totale, ha rifiutato le accuse di razzismo o xenofobia, e ha argomentato fino ad oggi la sua presa di posizione con la cosiddetta politica della “solidarietà flessibile” unilaterale e volontaria, in base alla quale il paese ha accolto solo un numero estremamente limitato di rifugiati dall’Iraq di religione cristiana, 149 persone di cui quasi la metà rientrata in patria, soprattutto per mancato adattamento alla vita in Slovacchia, nel giro di meno di un anno. Per la sua rigidità il premier Robert Fico è stato richiamato più volte dai socialisti europei e chiamato a Strasburgo a dare conto delle sue affermazioni.

Nel dicembre 2015, dopo mesi di preparazione legale, la Slovacchia ha presentato il suo ricorso alla Corte di giustizia per invalidare la decisione del Consiglio dei ministri dell’Interno del settembre precedente sull’istituzione delle quote obbligatorie, seguita a ruota dall’Ungheria di Orban. Il capo del governo slovacco Robert Fico disse allora ai media che «chiediamo che la corte dichiari non valida la decisione in merito alla distribuzione obbligatoria delle quote sui migranti». «Credo che queste quote siano inutili e tecnicamente irrealizzabili. Le nostre parole sono giustificate, le quote hanno fallito», ha chiarito il premier.

La politica rigida della Slovacchia nei confronti dell’immigrazione ne fa il Paese dell’UE con il minor numero di richieste di asilo e il minor numero di asili concessi. Il 2016 si è dimostrato ancora peggio del normale, in quanto le 146 domande di asilo ricevute in tutto l’anno sono il numero più piccolo di sempre. Solo l’anno precedente le richieste erano state 330. Nel 2016 le domande di asilo accolte in Slovacchia  sono state 167, tra le quali quelle dei 149 iracheni di cui sopra). Nel 2015 gli asili concessi erano appena 8, e 820 in totale dall’indipendenza del Paese nel 1993.

L’avvocatura generale della Corte europea presenterà entro luglio un parere sul caso, che potrebbe essere la base di una sentenza attesa per l’autunno. L’eventuale condanna di Slovacchia e Ungheria, e le conseguenti sanzioni, potrebbe dare strumenti di pressione verso questi paesi per una maggiore solidarietà.

(La Redazione)


Foto transparency cc-by-nc-nd

1 comment to Slovacchia e Ungheria difendono in Corte UE il rifiuto alle quote di richiedenti asilo

  • Marco Di Marco

    A quando la condanna contro la Slovacchia presso la Corte di Giustizia della Comunità Europea del Lussemburgo e la procedura d’infrazione presso la Commissione Europea per la sua tutela e tolleranza delle sottrazioni internazionali “sistematiche” compiute dal genitore slovacco nei casi di conflitti transfrontalieri per l’affido e custodia del minore. La Slovacchia ha già ricevuto in solo due anni ben tre condanne CEDU ( Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo) per questo motivo.
    Nessuno fa niente per tutelare i bambini binazionali deportati, rapiti e sequestrati in Slovacchia.
    La Comunità Europea non fa nulla a riguardo

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