UE, il cambio delle regole un percorso impervio e in salita

Si fa presto a dire «se necessario, cambieremo i Trattati», come hanno fatto ieri Angela Merkel ed Emmanuel Macron. Perché il mare che divide il dire e il fare in questo caso rischia di essere molto profondo e agitato.

Riscrivere le regole dell’Ue richiede un processo lungo e complicato, con un grande ostacolo: serve l’unanimità degli Stati membri. Le recenti esperienze fatte di veti e ricatti all’interno del Consiglio lasciano intravedere margini molto stretti per una rivoluzione dell’architettura istituzionale della Ue.

DUE STRADE

Ci sono due tipi di percorsi per modificare i trattati: la via ordinaria e quella semplificata. La prima richiede la costituzione di una Convenzione composta dai rappresentanti dei Parlamenti nazionali, dai capi di Stato e di governo, dalla Commissione e dal Parlamento Ue. Va poi convocata una Conferenza di rappresentanti dei governi dei Paesi Ue, ma il processo si conclude solo quando tutti i Parlamenti nazionali hanno ratificato le modifiche: un singolo Paese, dunque, può bloccare l’intero progetto di riforma.

OSTACOLO UNANIMITÀ

Anche nella procedura semplificata è richiesta l’unanimità: serve il via libera di tutti i leader al Consiglio europeo e, ancora una volta, la ratifica di tutti i Parlamenti nazionali.

Se l’apertura di un cantiere per la modifica dei trattati è sempre stato considerato un tabù, un motivo ci sarà. «È come scoperchiare un grande vaso di Pandora», ripetono alti esponenti bruxellesi, con il rischio di non vedere mai l’orizzonte. Le divisioni tra gli Stati sono in una fase molto acuta e la necessità di cercare a tutti i costi un consenso unanime finirebbe per costringere l’Europa a chiudere gli occhi di fronte a certi comportamenti che invece andrebbero sanzionati o censurati. Le politiche illiberali dell’Ungheria di Orban, lo Stato di diritto in Polonia, giusto per fare un paio di esempi: per «tenerli buoni» ed evitare che abusino del loro veto c’è il rischio di un «liberi tutti».

IL NODO BREXIT

E poi c’è la questione della Brexit. Per ora siamo nella fase pre-negoziale, dove a farla da padrona è l’unità. Ma quando ci sarà da affrontare il capitolo legato alle relazioni future, gli interessi in gioco tra i vari Stati membri non sono tutti uguali. Si rischiano ulteriori crepe in Consiglio: davvero in questo clima si può pensare di mettere mano ai trattati? Senza contare che, finché resterà uno Stato dell’Ue (marzo 2019), il Regno Unito potrebbe approfittare della sua posizione per tenere sotto scacco il processo di riforma.

LE PROPOSTE GIÀ NOTE

È ancora presto per fare previsioni, ma certamente sono in molti a storcere il naso di fronte all’idea di una modifica dei trattati. Le proposte sul tavolo non mancano, soprattutto sul fronte economico. Nei giorni scorsi il governo spagnolo ha inviato a Bruxelles un suo piano con alcune proposte per rivedere la governance della zona euro, che vanno dalla creazione di un bilancio della zona euro, a un ministero del Tesoro Ue fino all’introduzione (già osteggiata da molti) degli eurobond. Macron invece punta alla creazione di un Parlamento della zona euro e il ministro tedesco Wolfgang Schaeuble è pronto a seguirlo in questo. Ci sono anche altre proposte in campo, come quella di trasformare l’Esm in una sorta di Fondo Monetario Europeo, fino a idee più soft, come quella di affidare al commissario all’Euro la guida dell’Eurogruppo. Quest’ultima mossa è una di quelle che potrebbero essere fatte senza mettere mano ai Trattati. Perché è molto diffusa l’idea che la strada migliore da seguire sia quella di una riforma entro la cornice delle regole esistenti.

(Marco Bresolin via La Stampa, cc-by-nc-nd)


Foto loungerie cc-by-nc-sa

Rispondi

 SKG Auto & Tir Services s.r.o.

Vai al sito

news giorno x giorno

ottobre: 2017
L M M G V S D
« Set    
 1
2345678
9101112131415
16171819202122
23242526272829
3031  

ARCHIVIO

pubblicità google