Carlo Palli, l’arte una passione infinita. Sue le opere di Emilio Isgrò a Zilina

Dal 18 maggio al 18 giugno 2017 l’Istituto Italiano di Cultura di Bratislava organizza presso la Galleria di Arte della Città di Žilina la prima mostra in Slovacchia dedicata ad Emilio Isgrò, fondamentale artista che dall’inizio degli anni 60′ ha dato vita ad un’opera tra le più rivoluzionarie e originali, che gli ha valso quattro partecipazioni alla Biennale di Venezia (1972, 1978, 1986, 1993) ed il primo premio alla Biennale di San Paolo (1977).

Le opere esposte a Žilina provengono tutte dal prestigioso Archivio Palli di Prato.

Carlo Palli, titolare dell’omonimo Archivio, nell’arco della vita ha creato, con grande intelligenza, una collezione composta da oltre 30.000 opere, documenti e testimonianze, in particolare focalizzate sui movimenti artistici degli anni 60′ e 70′, come Fluxus, Poesia Visiva, Noveau Rèalisme, Pop Art, Architettura Radicale, Arte Povera, Transavanguardia, Azionismo Viennese, Graffitismo eccetera.

L’Archivio Carlo Palli di Prato ha collaborato nel corso degli anni a centinaia di fondamentali mostre in Italia e all’estero.


Carlo Palli con Marco Gerbi

Ho fatto qualche domanda a Carlo, tenendo in conto che non è un compito facile porre domande alle quali non ha già risposto in precedenza, dato che esistono sia sulla carta stampata che sul web parecchie interviste rilasciate nel corso degli anni. Ho cercato quindi – sperando di riuscirci – a chiedergli qualcosa di un po’ diverso:

Partiamo dalla mostra su Emilio Isgrò a Žilina. Dove lo hai conosciuto e perché ti ha affascinato il suo lavoro?

In un bellissimo libro che l’Università degli Studi di Firenze ha dedicato alla mia raccolta, Neoavanguardia. Arte da collezionare, Emilio in una testimonianze scrisse:

Carlo il mansueto. Esistono personaggi, nel mondo dell’arte, che non è necessario vedere in faccia per dire di conoscerli: tanto il loro nome lievita nell’ambiente, fino a diventare fermento, leggenda, storia. Di Carlo Palli avevo sentito talmente parlare che, ancor prima di incontrarlo, di lui sapevo più o meno tutto. O meglio: sapevo quel che se ne diceva in giro. E quel che se ne diceva, era accattivante e respingente al medesimo tempo. La cosa più gradevole che circolava sul suo conto era l’assoluto, innocente amore che egli nutriva per l’arte e per la cultura insieme, come forze inscindibili della vita. Attitudine venuta meno, a mio modo di vedere, negli ultimi decenni: da quando, cioè, arte e cultura si sono separate nel segno di una riproduzione delle forme che fa a pugni con la produzione di nuovi saperi. Non era un caso che gli artisti prediletti da Palli venissero tutti – come mi raccontavano – da quelle aree dell’intelligenza e della creatività umana che il pubblico meno sensibile stenta a seguire, in quanto apertamente divergenti dalle richieste più pressanti della moda e del mercato. Né c’era da stupirsi se le opere di Spoerri o di Nitsch parlavano alla sua anima più dei manufatti cangianti di altri artisti che una volta si chiamavano “commerciali” e oggi vengono definiti diplomaticamente “mediatici”. Fenomeni mediatici e bancari che il fiorentino Lorenzo dei Medici, anche lui uomo di finanza, avrebbe fatto fatica a inserire nella propria collezione privata. E così Chiari, e così Fluxus, e così Kolář: era questa l’area – l’area degli stracci e dei rifiuti – quella nella quale Palli si sentiva maggiormente a suo agio. Non perché fosse uno stracciarolo, ma perché aveva intuito che il tempo della fragilità è quello che più si addice agli artisti di razza. Figurarsi, poi, quando appresi che aveva messo gli occhi su certi poeti visivi come Miccini, Pignotti o la Marcucci, i miei amici e sodali di gioventù, così candidi da ritenere che il mondo gli appartenesse solo perché non si erano arresi completamente, in nome della Parola, a quella società delle immagini condannata al suicidio. Tutto questo mi rendeva gradevole il nome di Carlo Palli ancor prima di imbattermi nella persona che lo portava. Immaginavo istintivamente che con lui avrei legato, se non altro perché è uno che non se la tira, come si dice nel nostro ambiente, di coloro che nascondono dietro il sussiego la loro mancanza di cultura e ardimento. Se non che c’era l’altro lato, quello più respingente, e si trattava delle sue collere improvvise, delle quali si favoleggiava non meno che delle sue delicatezze, evidentemente tutt’uno con la sua capacità di comprendere e perdonare. Da vero cristiano, bisogna dirlo, visto che va a messa tutte le domeniche (e qualche volta anche il mercoledì, ma questo non vuole che si sappia). Io, tuttavia, non l’ho incontrato in chiesa, ma in una osteria. Non ricordo più né dove né quando. Certo è che stavo sulle spine per paura che scoppiasse. Devo confessare, invece, che il personaggio ha smentito la fama che l’avvolgeva. Sulla sensibilità, non c’è dubbio, si fa rosso come una signorina – così grande e grosso com’è – al solo sentire le parole arte e poesia. Come se si considerasse indegno di tale ostia. “Dominus non sum dignus, dominus non sum dignus”. Degno o meno, d’altra parte, è anche vero che molti artisti si sarebbero scoraggiati anzitempo senza il suo affettuoso, lungimirante sostegno. E quanto alle sue famose collere, finora non ne ho mai viste: tranne una volta, che finse di arrabbiarsi in mia presenza solo per non deludere chi, come me, si divertiva a chiamarlo Carlo il Collerico, quasi fosse un parente stretto di Carlo Magno, Pipino il Breve o Tarquinio il Superbo. Ma anche questo fu un gesto di delicatezza: non voleva smentire le mie attese peggiori con un eccesso di mansuetudine.

 Da quell’incontro nell’osteria (nemmeno io ricordo dove e quando) rimasi molto affascinato dalla sua mente: è un vero intellettuale, di quelli che non si incontrano spesso. Naturalmente essendo stato legato in gioventù alla Poesia Visiva, attirava ancor più la mia curiosità di appassionato.

È interessante vedere nel tuo Archivio che vari artisti che segui si muovono tra arte ed altre discipline, come la poesia, la musica, l’architettura, la moda eccetera. Cos’è in definitiva la tua collezione?

La mia è una raccolta dentro la quale esistono più collezioni. Comprende soprattutto “Poesia Visiva”, “Fluxus”, “Nouveau Rèalisme”, “Scuola di Pistoia” (Roberto Barni, Umberto Buscioni, Gianni Ruffi), “Musicisti fiorentini d’avanguardia” (Sylvano Bussotti, Giancarlo Cardini, Giuseppe Chiari, Pietro Grossi, Daniele Lombardi, Albert Mayr), “Architettura Radicale”. Comprende anche opere di Arte Povera (Michelangelo Pistoletto, Alighiero Boetti), Hermann Nitsch (Azionismo Viennese), Toxic (New Graffiti), Maurizio Nannucci, Massimo Nannucci, Paolo Masi, Antonio Catelani e Carlo Guaita (Zona, Base), Massimo Barzagli (anni Novanta), fotografia, libri d’artista e riviste d’avanguardia degli anni Sessanta e Settanta, documenti (cataloghi, libri, manifesti, foto, lettere, cartoline, inviti, ecc …) di tutti i titoli suddetti. Tengo a precisare che non sono un collezionista che guarda al valore economico della sua collezione, bensì un appassionato ricercatore nell’ambito delle discipline collezionate che acquisisco seguendo il mio personale gusto. Per me un documento può valere assai più di un’opera. D’altra parte non ho mai venduto un pezzo della mia collezione. Quando ho acquisito un’opera non ho mai badato al prezzo speso, poiché il giorno dopo lo avevo già dimenticato.

Carlo quali sono gli artisti della tua collezione che pensi meriterebbero maggiore attenzione da parte dei musei e del mercato?

TUTTI!


Palli con Hermann e Rita Nitsch, Prinzendorf 2003

Raccontaci qualche episodio particolare collegato alla tua Collezione.

Ne posso raccontare uno recentissimo: la mia sorpresa nel ricevere una telefonata di Paolo Albani nella quale mi avvertiva della pubblicazione dell’ultimo libro di Giampiero Mughini La stanza dei libri (Bompiani, 2016), dove inaspettatamente trovai ben due pagine dedicate a me e al mio «hangar», come lui stesso ha definito il mio Archivio.

Uno dei meriti della tua raccolta è anche quello che le opere non rimangono chiuse nel tuo Archivio, ma spesso vengono concesse in prestito, per esposizioni organizzate in Italia ed all’estero. Perché reputi così importante rendere fruibili al pubblico le opere d’arte?

Devo dire in effetti che la mia è una raccolta viva, costituita da corpi e sottocorpi di cui individuo sempre nuovi volti. Poiché però non lo concepisco come un qualcosa di autoreferenziale, miro a diffondere fra il pubblico le varie collezioni della mia raccolta. Se non la promuovessi, così come sto facendo, non riuscirei né a sentirmela mia né tantomeno a provare soddisfazione nel vederle esposte e pubblicate in catalogo.


Carlo Palli con lo staff dell’IIC a Bratislava nel 2016

Fatti una domanda che vorresti ti fosse posta e risponditi : -)

Mi faccio una domanda

D: torneresti volentieri in Slovacchia per altri eventi?

R: Sì, mi piacerebbe realizzare “Il fascino dell’oggetto” alla Danubiana, magari accompagnando la mostra a un gesto in grado di lasciare un segnale del mio passaggio in quel museo.

(Marco Gerbi – Istituto Italiano di Cultura di Bratislava)

 


Foto: archivio Carlo Palli, IIC, Marco Gerbi
Foto sotto al titolo: Carlo Palli davanti all’opera di Michelangelo Pistoletto “Venere Maria. Nudo color seppia 1962-1974”

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