Venezia e il suo paradosso. I turisti l’uccidono, ma senza turismo muore

Salire, a metà mattina, sul Ponte di San Felice, lungo la Strada Nova, che come una lunga spina si infila nel corpo della città e dalla stazione – anzi dalla Ferrovia, come la chiamano i veneziani – ti porta verso Rialto. Salire su quel ponte e provare a guardare in giù, verso Campo Santi Apostoli, distante trecento metri. Ma non riuscire a vederlo e scorgere soltanto un fiume, un ondeggiare di teste fitte e compatte. Sono i plotoni dell’esercito di turisti che anche questa mattina di sabato, nel pieno del ponte del Primo Maggio, verranno a visitare Venezia. Una piccola parte dei trenta milioni di ospiti che ogni anno la città accoglie. A guardarla dall’alto, arrotolata attorno alla doppia esse del Canal Grande, isolata e indifesa tra laguna e mare Adriatico, ogni volta si conferma per quello che è: un azzardo e un prodigio, fragilissimo. Che una volta nella vita, almeno, devi visitare.

Trent’anni fa, nel suo rifugio di Malamocco, dopo qualche bicchiere di Raboso fresco, Hugo Pratt lo aveva previsto: arriveranno anche i cinesi e ci vorranno due secoli prima che sfilino tutti, magari per vedere la Corte Sconta detta Arcana, tana prediletta del suo Corto Maltese.

Venezia è diventata una città paradossale. Non regge più questo assalto e nello stesso tempo senza turisti non riesce a sopravvivere, perché il turismo la nutre e, finora, ogni volta che si è provato non a mettere, ma soltanto a proporre delle regole e dei limiti, tutte le categorie si sono sollevate. Albergatori e ristoratori, gondolieri e motoscafisti, guide turistiche e commercianti: i turisti non si toccano, sono il nostro pane. Anche il companatico, in verità, e anche se arrivano a bordo delle Grandi Navi, che sfilano in bacino sfiorando perfino il Palazzo Ducale. Inutili le proteste dei comitati dei residenti del centro storico: un gruppetto di 50.000 persone, un manipolo contro un’armata. Ora, il Comune governato da Luigi Brugnaro – primo sindaco nato non in Laguna, ma in terraferma, a Mirano – ha approvato un ambizioso «quadro sinottico di governance territoriale del turismo a Venezia». Un atto di indirizzo nel quale si ipotizza una «Smart Control Room per monitorare la mobilità», si parla di «sperimentazione di sistemi di prenotazione degli accessi», di «limitazioni di attività non compatibili con le esigenze di tutela del patrimonio della città», di «disciplina delle locazioni turistiche» (contro il bed and breakfast selvaggio, sul modello di Barcellona). Fino a ipotizzare un «ticket di ingresso all’area di San Marco», sul quale dovranno essere d’accordo, nell’ordine: ministero dei Beni e delle Attività Culturali, Soprintendenza, Polizia locale, Avvocatura Civica, le direzioni comunali Finanziaria, Sviluppo e Promozione e Tutela delle Tradizioni, la Curia Patriarcale, la Biblioteca Marciana, i Musei Civici, le Associazioni di categorie; i Tour Operator, le Guide Turistiche, la Società dei Trasporti. Irrealizzabile.

Perché, invece, non rivolgersi a dei costituzionalisti e porre loro un quesito secco, impegnandosi a riconoscere valore vincolante al responso: qual è il punto d’equilibrio invalicabile tra il diritto costituzionale alla mobilità delle persone e la tutela di quell’immenso interesse collettivo rappresentato dal «bene» Venezia? Quando arrivavano peste, colera o tifo la Serenissima Repubblica non convocava tavoli di confronto. Applicava la quarantena. Oggi, per quanto riguarda livelli di sicurezza, costi sopportati dalla comunità per garantire condizioni igieniche essenziali, rischio di usura dei monumenti, picchi di traffico lungo il Canal Grande, siamo – in tutta evidenza – in una situazione di emergenza.

(Sandro Cappelletto via La Stampa, cc-by-nc-nd)


Foto pixabay CC0, andolfato cc-by-nc

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