La lotta ai paradisi fiscali può attendere

Ve lo ricordate lo scandalo dei Panama Papers? Come pensate che sia andata a finire? [di Andrea Baranes, via Eunews.it]

Ve lo ricordate lo scandalo dei Panama Papers? Undici milioni di documenti confidenziali di un solo studio legale panamense che mostravano al mondo intero un immenso fiume di denaro nascosto da società anonime, 200 paesi coinvolti, l’indignazione dei governi… Da allora è trascorso solo un anno e abbiamo ancora nelle orecchie l’eco tonante delle dichiarazioni infuocate e la solennità delle promesse, in particolare della Commissione europea, di farla finita una volta per tutte con il riciclaggio, la corruzione e gli altri abomini dell’economia “illegale”. Bene, anzi benissimo. Volete sapere com’è andata a finire? E magari vorreste anche sapere quale dei governi europei ha approvato il testo più deludente per garantire il pieno accesso pubblico ai registri contenenti l’indicazione del reale proprietario di ogni impresa e trust che opera sul territorio dell’UE? Ma come, non lo indovinate?

Aprile del 2016, scoppia il caso dei Panama Papers. Vengono divulgati oltre undici milioni di documenti confidenziali provenienti da uno studio legale di Panama, e riguardanti società di oltre duecento nazioni del mondo che usavano compagnie anonime e trust per nascondere i più svariati giri di denaro. Uno dei più grandi scandali nella storia dei paradisi fiscali.

Non si contano, nei giorni successivi, le dichiarazioni indignate e quasi offese dei politici di tutto il mondo. Il commissario europeo agli affari fiscali Moscovici parla apertamente di un comportamento «immorale, non etico e, in una parola, inaccettabile». L’Unione europea ha il dovere di porre fine a questo genere di trucchi fiscali, tuona il commissario. Lo seguono a ruota tutti i governi europei. È ora di agire. Mentre da anni si chiedono sacrifici e austerità, è possibile che simili comportamenti privino i governi di miliardi e miliardi di euro?

Un fenomeno di dimensioni inimmaginabili. I Panama Papers riguardano un singolo studio legale di una singola giurisdizione. Quanti sono gli avvocati a Panama? E perché solo gli avvocati e non i commercialisti, i notai, i consulenti, i banchieri? E perché solo Panama e non anche le decine e decine di territori che il Tax Justice Network classifica tra i paradisi fiscali del pianeta?

Il problema è che parliamo di un vero e proprio mercato della segretezza, dell’evasione fiscale, del riciclaggio, della corruzione, dell’illegalità, in cui ogni giurisdizione si specializza in alcune operazioni e in una particolare nicchia. Una corsa verso il fondo su normative e controlli per attrarre capitali e imprese offrendo le condizioni più vantaggiose. Pensare di contrastare tale fenomeno inseguendo l’isoletta tropicale di turno significa fermare una valanga a mani nude. Se anche si chiude uno studio di consulenti ne spunta un altro, se convinci una giurisdizione a adottare leggi più stringenti un’altra offrirà normative ancora più compiacenti. L’approccio seguito dall’OCSE, che per anni ha stilato liste nere, grigie e bianche di presunti paradisi fiscali si è dimostrato fallimentare.

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