Come sono nati i partiti, da Babilonia alla rivoluzione francese

La figura del partito, «organizzazione che persegue l’obiettivo della gestione del potere politico mediante il processo di competizione elettorale, ovvero – quando non entrano regole democratiche di competizione elettorale – attraverso la designazione diretta dei propri membri nei ruoli di governo» (Enciclopedia Treccani), esiste fin dall’alba dei tempi.

Il dio Marduk

A BABILONIA – La prima figura di partito risale al 2° millennio a. C.: in quel periodo a Babilonia il dio Marduk si affermò sul dio Enlil, un po’ come se Salvini battesse Renzi. Allora non si imponeva la propria legge vincendo le lotte politiche, bensì quelle religiose. I partiti primordiali non sono altro che semplici fazioni religiose: chi avrebbe prevalso sull’altra, avrebbe presieduto il governo. Tutte le città-Stato dell’antichità avevano un Dio protettore, e sotto di lui vi erano prima il re, poi la classe sacerdotale e infine il resto della popolazione. Marduk, dunque, era l’Obama di Babilonia. I templi erano le sedi dei partiti. «Se un re ne sconfiggeva un altro, significava che il suo dio era superiore» sostiene Jean Louis Ska, storico dell’Istituto Pontificio Biblico su Focus. «I re di Gerusalemme scelsero un unico Dio, Yahweh, e in suo nome decisero di allargare i confini d’Israele a spese delle altre città-Stato idolatre». La civiltà egizia, che durò 3.500 anni, nacque dalla commistione di più partiti religiosi, i quali reggevano diverse città: Amon era il dio di Tebe, Ra quello di Eliopoli, Anubis di Cinopoli, Osiride di Abydos.

Pericle

IN GRECIA – Le prime figure, invece, di raggruppamenti laici totalmente separati dalla religione, risalgono all’antica Grecia. Nella culla della democrazia, i filosofi basarono la politica su analisi razionali della società e su studi improntati alla ricerca dei valori da seguire. Tuttavia, i “partiti” greci erano solo espressioni di clan tribali. A cambiare le carte in tavola fu Clistene (565-492 a. C.): egli divise Atene in 10 settori, rompendo così ogni confine e mischiando le tribù. Ogni area poteva eleggere i propri i magistrati; poi – fra questi – venivano sorteggiati 50 rappresentanti alla Bulè (il Consiglio dei 500 che deteneva il potere legislativo). Successivamente, con Pericle (495-429 a. C.) la democrazia introdusse lo stipendio per i rappresentanti del popolo: i magistrati ricevevano un salario per non essere vincolati a condizionamenti esterni. Un indennizzo (gettone di presenza), invece, era dato per assenza dal lavoro ai partecipanti dell’Assemblea generale dei cittadini liberi (la quale si riuniva 4 volte al mese e votava le proposte di legge dei 500). In genere, i partecipanti erano tutti gli ateniesi liberi, maggiorenni, dotati di diritto di parola e di voto; inoltre, si doveva raggiungere un quorum di almeno 6 mila partecipanti. Veniva votato anche l’ostracismo (da ostraka, coccio usato come scheda di voto), provvedimento che condannava all’esilio decennale tutti i politici rei di malafede o scarsa competenza. Votare quanto appena detto era abbastanza semplice: i cittadini dovevano soltanto scrivere su dei cocci il nome del politico da mandare in esilio. La corruzione, nondimeno, dilagò come la peste ad Atene, giacché gli archeologi hanno rivenuto più terracotte incise dalla stessa mano. Alla morte di Pericle la democrazia ebbe un collasso totale.

Il Foro Romano all’epoca di Cesare

A ROMA – Nell’antica Roma le fazioni erano soltanto due. Nella capitale di quello che sarebbe stato il più grande impero mai eretto vigeva il bipolarismo tra patrizi (gli aristocratici) e plebei (i “poveri”). Le idoneità a perseguire incarichi politici venivano stilate su criteri che guardavano al sesso (potevano essere eletti solo i maschi) e al censo. Successivamente, tra il 1100 e il 1300, in Italia il dualismo romano fu incarnato da Guelfi (le ricche e potenti famiglie che appoggiavano il Papato) e Ghibellini (i sostenitori dell’Impero). Dopo ancora, fu la volta della Gran Bretagna, ove vi erano i Tories (conservatori) e i Whigs (progressisti): ambedue appoggiavano la monarchia, i primi, però, nella sua forma più totalitarista, i secondi mediante la forma costituzionale. Invece di riunirsi nei comizi centuriati, si riunivano in Parlamento. Il diritto di voto, comunque, lo deteneva solo chi possedeva un terreno di rendita pari o superiore a 40 scellini. Nacque nell’Urbe pure il termine “candidato”: infatti, chi aspirava a una carica pubblica doveva indossare necessariamente una toga bianca (candida); essa sarebbe stata il simbolo della propria onestà.


La Rivoluzione francese

LE RIVOLUZIONI – Con la rivoluzione industriale si crearono le prime forme degli odierni, e moderni, partiti. I conservatori, classi benestanti che remavano contro l’uguaglianza e il progresso, e i progressisti, che lottavano per ottenere parità dei diritti e maggiore sviluppo, diedero vita prima al partito-organizzazione e poi al partito di massa, i cui attivisti che vi partecipavano ottenevano consensi tramite il voto: era il leader a emergere dal partito per rappresentarlo. Solo durante la rivoluzione francese si delinearono le tre linee politiche attuali: sinistra, centro e destra. Prima del 1789 in Francia la società era tripartita in aristocrazia, clero e Terzo Stato (i comuni cittadini), i cui rappresentanti venivano eletti negli Stati Generali (assemblea consultiva). La legge, però, non era uguale per tutti: per esempio, clero e nobili avevano diversi privilegi, tra cui non pagare le tasse. Quando re Luigi XVI fu detronizzato, il Terzo Stato si autoproclamò Assemblea Costituente (ergendosi così a rappresentante di tutta la Nazione). Fu proprio in quest’occasione che nacquero gli schieramenti politici attuali e generali: i conservatori si misero a destra, i rivoluzionari a sinistra. Il centro – chiamato “palude” – resto una spazio bianco di ignavia.

(Francesco Raguni via vocidicitta.it cc-by)

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