L’allargamento dell’Unione europea alimenta la fuga dei cervelli?

L’allargamento ad est dell’Europa ha ridotto le collaborazioni internazionali nella ricerca, creando una situazione sbilanciata che potrebbe minare la competività scientifica dell’Unione, spiega uno studio su Science Advances.

Li chiamano cervelli in fuga. Quelli che, con laurea, master, o dottorato in tasca, varcano il confine della propria nazione a caccia di posizioni e stipendi che difficilmente riuscirebbero a conquistare in patria. Per necessità, ma anche per fare esperienza. Nell’ottica, condivisa dalla comunità scientifica e condivisibile, che vivere e lavorare fuori dai propri confini non possa che aiutare la formazione del capitale umano. Eppure, almeno guardando all’Unione europea, quello che sta accadendo non è tanto una fuga dei cervelli, quanto più propriamente una riconfigurazione dei cervelli, non proprio bilanciata, che potrebbe minare la competività scientifica in Europa. A sottolinearlo sono due articoli che hanno analizzato il movimento dei cervelli, capitale umano, e di collaborazioni scientifiche, prima e dopo l’allargamento a Est dell’Unione europea del 2004-2007.

L’idea alla base dello studio, spiega a Wired.it Fabio Pammolli del dipartimento di economia e ingegneria industriale del Politecnico di Milano che ha preso parte alle ricerche, era quello di comprendere come un cambiamento istituzionale macroscopico come l’allargamento dell’Ue e quindi l’integrazione del mercati, influenzasse il sistema della ricerca. “Volevamo capire, quantificare, quale fosse l’impatto reale di una mossa così grande sulla mobilità del capitale umano. Vediamo, ci siamo chiesti, se l’ingresso nell’Ue ha avuto degli effetti di temporanea instabilità sugli aspetti legati ai sistemi nazionali di ricerca e innovazione dei paesi coinvolti”, racconta Pammolli.

Fonte: Arrieta et al./Carla Schaffer/AAAS

Per farlo, Pammolli e colleghi hanno deciso di analizzare la struttura delle collaborazioni internazionali dei paesi prima e dopo l’ingresso nell’Unione europea, prendendo in analisi milioni di paper nel periodo compreso tra il 1996 e il 2012. Al tempo stesso i ricercatori hanno analizzato gli investimenti dei governi, mobilità e migrazione dei cervelli. Mettendo insieme i risultati, pubblicati su Science Advances, quello che è emerso chiaramente è che l’allargamento dell’Ue non ha aumentato le collaborazioni internazionali tra i nuovi e i paesi già membri. Anzi: “Abbiamo cercato di stimare quale sarebbe stata l’intensità di queste collaborazioni senza l’integrazione e sarebbe stata maggiore”, precisa al riguardo Pammolli. Come se l’integrazione avesse reso in qualche modo questi paesi meno europei, al meno dal punto di vista delle collaborazioni, di quanto lo sarebbero stati senza l’inclusione nella Ue.

I motivi, continua il ricercatore, non sono del tutto chiari. Uno dei fattori potrebbe però essere però proprio la fuga dei cervelli dai paesi di nuova inclusione, soprattutto in Germania e Regno Unito.

E, quando un ricercatore si muove, spiegano gli autori del paper, lo fa con tutti i propri legami internazionali, magari per i quali aveva fatto da ponte per il proprio paese. Legami che possono rompersi e con essi le collaborazioni, ipotizzano gli scienziati.

Un movimento da Est verso Ovest soprattutto, come raccontano anche i dati raccolti da Alexander M.Peterson coautore del paper su Science Advances di uno studio gemello, uscito in contemporanea su Journal of the Royal Society Interface, ma non solo. “Osserviamo una perdita netta di capitale umano da est verso ovest, che rappresenta il 29% della mobilità totale dopo il 2004”, scrivono gli autori, “Tuttavia, la contro-migrazione da ovest verso est è il 7% della mobilità totale nello stesso periodo di tempo”. Un segnale più che di fuga di cervelli, di circolazione di cervelli. E, in qualche modo, di integrazione certo. Con qualche però.

Fonte: Arrieta et al./Carla Schaffer/AAAS

“Quello che il nostro paper suggerisce non è che la ridistribuzione degli scienziati come effetto collaterale dell’allargamento dell’Europa sia un fatto negativo, quanto piuttosto che le modalità con cui si è realizzata hanno portato a uno squilibrio, lasciando aperta la domanda: come facciamo a far sì che i sistemi di ricerca di questi paesi che perdono cervelli riescano a trattenere capitale umano qualificato?”, si chiede Pammolli. Soluzioni magiche il ricercatore e i colleghi non ne hanno. Tentativi di rafforzare strutture e istituzioni di ricerca potrebbero aiutare a ritenere personale qualificato forse, ma quanto osservato dovrebbe soprattutto invitare a riflettere sulla complessità dei meccanismi di aggiustamento in seguito all’allargamento dell’Unione. “Uno degli obiettivi dell’Ue è la convergenza dei paesi per una convergenza di crescita, per aumentare anche la competitività scientifica dell’area europea. Ma quel che vediamo per ora è che l’integrazione sta sì producendo una circolazione dei cervelli, ma con una divergenza di capitale umano qualificato”. Quasi un paradosso, conclude Pammolli. “Malgrado i programmi di ricerca europea, i sistemi di reclutamento, gli stessi hub di ricerca rimangono segregati: il capitale umano si muove ma le infrastrutture e le politiche no”.

(Anna Lisa Bonfranceschi via Wired.it, cc-by-nc-nd)


Foto myfuturedotcom cc-by-nd

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