Il luogo comune della fuga dei cervelli

Poteva mancare il Sole 24Ore nel grande coro provinciale e mammistico dei “talenti in fuga”? Certo che no, dal momento che ne fu uno degli inauguratori con la sua radio, da anni ammorbata da una trasmissione stralunata sul tema. Ed ecco in febbraio 2017 l’articolo Quanto guadagnano in più i laureati fuggiti dall’Italia?

Il mammismo è già nel titolo. Il presupposto del pezzo è che i laureati che vanno all’estero siano necessariamente “in fuga”. Ossia: se Google o IBM mi assumono e mi mandano a Mountain View, a Zurigo o a Singapore, oppure se vado a fare il dottorato in biotech a La Jolla o in informatica a Urbana-Champaign o in sociologia a SciencesPo, sto scappando da qualcosa. E se Donnarumma fosse ingaggiato dal Real Madrid o dai cinesi con 100 milioni di stipendio, sarebbe anch’egli un talento in fuga.

D’altro canto è pur vero che, come abbiamo sempre ripetuto qui e come chiunque comprende, in una società gerontocratica e con poche imprese medio-grandi, i laureati vanno incontro a difficoltà di occupazione e a sotto-occupazione. Non sarebbe perciò strano se essi emigrassero in gran numero. Invece, come abbiamo sempre notato e come conferma il paper citato dall’articolo, i laureati italiani emigrano sorprendentemente poco: «the share of graduates who leave the country (2.4 per cent) is remarkably low» (pag. 14). L’annotazione sfugge all’articolista del Sole, che ovviamente non ha letto il paper.

Si noti che il dato numerico colto da questi ricercatori sostanzialmente coincide con quello che si reperisce in [Franzoni C., Scellato G., Stephan P., Foreign Born Scientists: Mobility Patterns for Sixteen Countries, Nature Biotechnology, 30(12):1250-1253, 2012], che abbiamo spesso citato e dal quale è tratta la figura qui sopra, in quanto i due lavori si riferiscono all’incirca al medesimo intervallo temporale, il 2011. (Secondo le stime più recenti, la percentuale dei nostri laureati che espatriano appare oggi circa raddoppiata: ma, coerentemente con i trend della globalizzazione, essa è cresciuta allo stesso modo anche negli altri Paesi, come Francia, Gran Bretagna, Germania, per non parlare di Olanda o Danimarca).

E’ interessante notare come il paper citato dall’articolo dia, della scarsa propensione all’emigrazione dei “talenti” italiani, le stesse spiegazioni che abbiamo sempre dato noi, ossia il mammismo/familismo e la scarsa conoscenza dell’inglese: «We would like to especially highlight two hurdles that are prominent in the Italian case: on the one hand, the knowledge of foreign languages, which is remarkably weak among Italian students; on the other, the ‘social costs’ of migration, which are likely to be higher in a familistic society like Italy» (pag 14).

E poi c’è il provincialismo. L’articolo del 24Ore poggia interamente sui dati concernenti la sola Italia: la mondializzazione lo elude del tutto e, per lui, i laureati “fuggono” solo dall’Italia. Abbiamo spiegato sino alla noia, quanto siano “in fuga” anche i talenti altrui: non lo abbiamo fatto attraverso nostre misere indagini di prima mano o aneddoti derivati da conversazioni occasionali, bensì studiando le fonti.

Ma il Sole 24Ore – forse perché piagato dal brain drain – le fonti non le conosce e quando per caso incoccia in una la stravolge, come ha fatto in questo articolo, e pensa che a emigrare siano solo gli italiani. Chissà se sa leggere almeno le figure colorate… Se sì, potrebbe guardare quella qui sopra: essa riguarda solo i ricercatori, dunque non comprende gli young professionals (che sono più numerosi, come migranti, dei primi), ma ci dà un’idea. Scorretela, e vedete quanti talenti sono “in fuga” dall’Italia e da alcuni altri Paesi.

(Paolo Magrassi, Ai margini della gaussiana, cc-by-nc-nd)


Foto davidaola cc-by-nc-nd

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