Trattati di Roma, rinnovo tra fiducia e simpatia. Šoth: Slovacchia vuole un’UE di crescita

60 anni dopo sono cambiate tante cose, ma la coesione dei fondatori resta

Sabato 25 marzo a Roma, in Campidoglio, i capi di Stato dei paesi membri dell’Unione Europea hanno rinnovato, nel sessantesimo anniversario della fondazione (1957) e nella stessa sala di allora, quella degli Orazi e dei Curiazi, i “Trattati di Roma”, sottoscrivendo il documento che segnerà il percorso dell’Europa unita per i prossimi anni.

Un percorso oggi quanto mai accidentato, a rischio di dissensi, ripensamenti, retromarce rispetto a quello sognato dai fondatori e a dispetto di sei decenni di pace e di democrazia.

Il lavoro delle diplomazie, specie negli ultimi tempi, è stato mirato, dunque, a favorire un compromesso condivisibile da tutti per evitare spaccature in una congiuntura storica particolarmente delicata. Ne è scaturita una dichiarazione d’intenti incentrata sulla necessità di avanzare tutti nella medesima direzione, ma con la possibilità di un’integrazione differenziata a seconda del diverso grado di preparazione dei Paesi. Un’Europa, dunque, meno rigida, all’interno della quale gli Stati agiranno, «quando necessario», con ritmi diversi.

Chi vorrà avanzare nel processo di integrazione potrà farlo senza attendere chi non vorrà o non si sentirà ancora pronto a seguirlo.

Da ciò, inevitabilmente, deriverà una distinzione tra Paesi in prima linea e altri che seguiranno con tempistiche diverse ma – sottolinea la dichiarazione: «sempre procedendo nella stessa direzione, come abbiamo fatto in passato in linea con i trattati e lasciando la porta aperta a coloro che desiderano associarsi successivamente».

Jean Claude Juncker, presidente della Commissione europea, prima di iniziare il suo discorso, ha voluto rendere merito all’ex-presidente della Repubblica, appellandolo in italiano «carissimo presidente Napolitano», e aggiungendo quindi in inglese «uno dei più grandi europei dei nostri giorni».

Il presidente dell’UE è stato poi protagonista di un simpatico siparietto quando ha mostrato la penna stilografica che si era portato, la stessa usata sessant’anni fa per la firma dei Trattati del 1957. Dopo averla usata per apporre la propria firma, si è portata via quella con cui avevano firmato gli altri rappresentanti dell’Unione Europea, consegnando poi al successivo, il primo ministro italiano Paolo Gentiloni, una penna “ordinaria”.


Robert Fico firma la Dichiarazione di Roma (foto RomaLocale)

Il primo ministro slovacco Robert Fico è intervenuto sul tema dell’“Europa a due velocità”, sottolineando che «è qualcosa a cui dobbiamo fare attenzione, perché penso che tutti i paesi dell’Unione europea dovrebbero essere pronti a continuare insieme. Personalmente non riesco a immaginare che questo meccanismo in cui alcuni paesi vanno più velocemente possa essere il principio del funzionamento dell’Unione europea».

Alla conclusione della cerimonia abbiamo raccolto, in esclusiva per Buongiorno Slovacchia, diverse testimonianze da parte di alcune delle autorità presenti.

Tra queste, quelle dell’ambasciatore della Repubblica di Slovacchia in Italia, Ján Šoth, il quale ha detto che «la Repubblica Slovacca accoglie con piacere la firma della Dichiarazione di Roma da tutti gli Stati Membri dell’UE che conferma un forte interesse di continuare a lavorare insieme per un’Unione Europea più sicura, più resistente e più stabile economicamente, e che riuscirà ad offrire più sostegno e più certezze per i suoi cittadini».

L’ambasciatore Šoth ha proseguito poi affermando che «la Slovacchia desidera di avere un’Unione, in cui i cittadini avranno nuove occasioni per la crescita economica, sociale e culturale». «Il mio Paese è pronto a partecipare attivamente al raggiungimento di questa visione», ha concluso il rappresentante slovacco.

Vanessa Frazier, ambasciatore di Malta in Italia, nazione che presiede l’attuale semestre dell’Unione Europea, ha espresso il proprio orgoglio e un forte senso di responsabilità e appartenenza. «Prendere le decisioni giuste – ha dichiarato – richiede resistenza, coraggio, audacia e, soprattutto, fiducia reciproca», concludendo che «non fare nulla non è certamente un’opzione».

Infine abbiamo raccolto il commento a caldo del direttore ufficio Affari esteri del Partito Repubblicano Italiano, Edoardo Almagià, il quale, anch’egli in esclusiva per Buongiorno Slovacchia, ha dichiarato: «è giunto il momento di trovare il coraggio di dire la verità: di fronte alle enormi sfide che ci lancia un mondo in veloce cambiamento, i problemi non possono più risolversi in un quadro esclusivamente nazionale». Ha concluso dicendo che «non vi è quindi altra scelta che fare l’Europa. Solo uniti si potrà avere quella massa critica sufficiente per esser presi sul serio: chiudersi al mondo non offrirà alcuna soluzione e non potrà che mettere in pericolo i già delicati equilibri internazionali».

(Pietro Vultaggio)


Foto EU Council Pres. cc-by-nc-nd

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