L’onda rossa nel Danubio. Catastrofe ambientale in Ungheria

L’ondata di fango rosso tossico, che è fuoriuscita da una fabbrica di alluminio nell’Ungheria  occidentale nella giornata di Lunedì, ha raggiunto ieri il Mosoni-Danubio, un ramo meridionale del Danubio. A darne l’annuncio è stata la protezione civile ungherese. Il braccio meridionale si stacca dal Danubio vicino al confine tra Ungheria, Slovacchia e Austria per poi ricongiungersi più avanti a est, e segna in gran parte il confine tra Ungheria e Slovacchia, da quel punto per circa altri 150 chilometri, prima che il fiume pieghi a sud in direzione di Budapest.

Già da un paio di giorni le squadre di intervento stavano cercando di ridurre il contenuto alcalino dell’ondata, penetrata prima nel locale fiume Marcal, dove è stata provocata una moria di pesci, poi nel Raba (Raab), affluente di destra del Danubio, dove il ph era sceso a 9, mentre il livello normale di ph è tra 6 e 8.  Anche alla confluenza Danubio, secondo fiume europeo, si sarebbero registrati pesci morti, che gli esperti dicono non resisterebbero ad un ph superiore a 9,1.

Una massa enorme di fanghiglia inquinante, composta prevalentemente da residui corrosivi provenienti dalla raffinazione della bauxite per la produzione di alluminio, è fuoriuscita Lunedì da una grande vasca di decantazione di una fabbrica di alluminio di Ajka, 160 chilometri a ovest di Budapest. Si stima che dal deposito all’aperto sia uscita, a causa di una parete franata, una quantità di fanghi tossici di 1,1 milioni di metri cubi.

Il disastro, senza precedenti in Ungheria, ha già causato quattro morti (fra cui una bambina di 14 mesi e un bimbo di tre anni) e tre dispersi, oltre 120 feriti, 12 dei quali gravi. In tutta l’area, dove tre sono i villaggi più colpiti, è stato dichiarato lo stato di emergenza, e oltre 3.000 abitanti sono stati evacuati. I feriti denunciano abrasioni, bruciature, ustioni gravi a causa del potere urticante della melma tossica, che nella zona del disastro registrava ph 13, valore superiore a quello della varechina (ph 12,5).

Le organizzazioni ambientaliste parlano di catastrofe ecologica, e di danni irreparabili nella zona dell’incidente. Terreno, flora e fauna sono distrutti in un raggio di 40 km e nel frattempo anche l’aria è contaminata, dice il Wwf in un comunicato, sconsigliando di recarsi nella regione. L’azienda incriminata, la Mal S.A., ha chiesto al Sottosegretario all’Ambiente ungherese Zoltan Illes di revocare l’ordine di stop alla produzione, altrimenti non potrà pagare i risarcimenti alla popolazione colpita. L’amministratore delegato dell’azienda ha promesso di cambiare la tecnologia produttiva, della quale il fango rosso alcalino era un prodotto collaterale. Intanto si pensa che il deposito all’aperto, a cui è franata una parete, contenesse una quantità ben oltre il lecito (30 milioni di metri cubi) di fango rosso, derivato della lavorazione dell’allumina, di cui l’Ungheria è un grosso produttore. La società comunque nega responsabilità. Per la bonifica le prime stime parlano di una spesa di 38 milioni di euro e mesi, se non anni di lavoro. Secondo gli esperti, le infiltrazioni nel terreno, la pioggia e altri agenti renderanno inagibili e inquinate per sempre vaste aree agricole. Gli ambientalisti avvertono che quello di Ajka non è il solo deposito all’aperto in Ungheria: in tutto 50 milioni di metri cubi galleggerebbero in questi serbatoi, di cui uno sul Danubio: vere bombe a orologeria per l’ambiente.

Le autorità slovacche non sarebbero comunque preoccupate dell’ondata di fanghi rossi che scorre ora nel Danubio. Secondo gli esperti, non è il caso di dichiarare lo stato di emergenza, anche se gli ambientalisti avvertono che c’è un serio rischio di contaminazione. Il rischio non sarebbe solo delle sostanze chimiche tossiche, ma anche nei metalli pesanti contenuti nei fanghi, che una volta entrati nel Danubio, potrebbero successivamente contaminare il suolo e mettere in pericolo la salute di persone e animali.

(La Redazione)

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