Solo scenari per il futuro dell’Europa?

C’era molta attesa per il Libro Bianco che la Commissione europea aveva promesso di pubblicare come proprio contributo al dibattito sul futuro dell’Europa nella prospettiva delle celebrazioni del 60° anniversario della firma dei Trattati di Roma.

Ma chi si aspettava dall’Esecutivo europeo idee o proposte originali e innovative è probabilmente rimasto deluso dal documento presentato qualche giorno fa dal presidente Jean-Claude Juncker al Parlamento europeo.

Lo stesso Juncker d’altronde ha chiarito nella sua introduzione che il Libro Bianco si propone esclusivamente l’obiettivo di aprire la prima fase di un dibattito, che dovrebbe iniziare il 25 marzo e arrivare alle prime conclusioni al Consiglio europeo di fine anno.

Consapevole delle incertezze derivanti da un ciclo elettorale che coinvolgerà nel 2017 alcuni fra i maggiori Paesi membri, e consapevole che allo stato attuale permangono divergenze significative fra i Governi nazionali sulle misure da adottare per rilanciare il progetto comune europeo, il presidente della Commissione ha preferito mantenere un profilo basso e rimanere sostanzialmente all’ascolto.

Obiettivo: stimolare la discussione
Si è quindi limitato a proporre alcuni scenari alternativi sul futuro dell’Europa, senza fare scelte, con l’intenzione dichiarata di stimolare una discussione a vari livelli in vista di decisioni che dovranno essere assunte essenzialmente dai Governi nazionali.

Il Libro Bianco si divide in due parti. Nella prima parte più analitica (sicuramente la più convincente anche se scarsamente originale) si individuano elementi di forza ed elementi di debolezza del progetto europeo. E si attira l’attenzione sulle sfide che l’Unione europea, Ue dovrà fronteggiare nel futuro prossimo: un peso specifico che si va riducendo rispetto al resto del mondo in termini di popolazione e reddito prodotto; un contesto internazionale instabile e l’emergere di potenze ostili alla stessa idea di un’Europa unita; i dubbi crescenti sui vantaggi del multilateralismo e della liberalizzazione del commercio internazionale.

Ma anche gli effetti persistenti della crisi economica e finanziaria sui livelli d’indebitamento e sulla situazione dell’occupazione in un contesto di ripresa modesta e per di più distribuita in maniera disomogenea fra i Paesi membri; un utilizzo crescente delle nuove tecnologie dell’informazione e della digitalizzazione destinate a incidere profondamente sui sistemi di produzione e sui livelli di occupazione; la pressione di flussi migratori ormai diventati un fenomeno strutturale; la minaccia del terrorismo internazionale; e infine la questione del sostegno popolare, della legittimazione democratica e del divario da colmare tra aspettative e capacità di produrre risultati.

Una analisi che porta a concludere che sarebbe illusorio pensare che i singoli Stati membri possano ragionevolmente fare fronte a sfide di questa portata. E che solo un’Europa unita, solidale, efficace e sostenuta dai suoi cittadini potrà competere ad armi pari sulla scena globale.

Cinque scenari fra cui scegliere
Ma a fronte di questa analisi realistica, e a tratti impietosa, della situazione in cui si trova il progetto europeo, delle sue debolezze, e della complessità delle sfide che attendono l’Europa, il Libro Bianco si limita ad individuare cinque scenari sostanzialmente alternativi, ma anche combinabili fra loro, cinque possibili percorsi da seguire per uscire dalla poli-crisi attuale, lasciando ai Governi nazionali la responsabilità di scegliere.

Il primo scenario equivale di fatto alla prosecuzione dello ‘status quo’. L’Unione prosegue con la sua velocità di crociera attuale, a piccoli passi, continuando con l’attuazione della agenda già approvata, in un contesto nel quale la velocità dei processi decisionali dipende in larga misura dalla capacità di superare le differenze di posizione fra i Governi nazionali.

Il secondo scenario, decisamente regressivo rispetto alla situazione attuale, è quello in cui si decide di concentrarsi esclusivamente sul completamento del mercato interno; in cui si riduce in misura sostanziale la regolamentazione a livello europeo; in cui eventuali nuove forme di collaborazione vengono realizzate con accordi bilaterali fra Paesi membri.

Il terzo scenario è quello delle integrazioni differenziate, nel quale coalizioni di Paesi, “willing and able” decidono di procedere con formule più avanzate di cooperazione su specifiche politiche, salvaguardando peraltro la possibilità per gli altri di unirsi al progetto in una fase successiva. Fra i settori per i quali sperimentare questa integrazione differenziata, il Libro Bianco individua la difesa, la sicurezza interna, la tassazione e alcuni aspetti di legislazione nel campo sociale.

Il quarto scenario è quello che prevede di fare di più e meglio a 27, ma in un numero ridotto di settori (commercio internazionale, ricerca e innovazione, politiche migratorie, controllo delle frontiere esterne, difesa), restituendo contestualmente agli Stati membri altre aree di competenza, rinazionalizzando cioè varie politiche comuni, sulla base di una interpretazione rigorosa del criterio della sussidiarietà.

Ed infine secondo il quinto scenario i 27 decidono di procedere insieme su tutti i fronti, condividendo sovranità, risorse e processi decisionali in un disegno complessivo di rilancio del progetto comune. Uno scenario ideale per il quale l’unico limite sarebbe quello della legittimità democratica e del sostegno popolare (per non parlare della questione decisiva, ma irrisolta, della determinazione politica dei protagonisti del relativo processo decisionale).

Contributi settoriali in fieri
Infine il documento della Commissione anticipa la presentazione nei prossimi mesi di contributi settoriali più articolati sulla dimensione sociale, sul completamento della governance dell’Unione economica e monetaria, sulla gestione della globalizzazione, sul futuro della difesa europea e sul futuro del bilancio dell’Unione.

È vero che la Commissione alla vigilia della presentazione del Libro Bianco si era premurata di circoscrivere le aspettative anticipando la natura interlocutoria del documento. Ma resta il fatto che il testo proposto appare complessivamente deludente e poco coraggioso.

Chi si aspettava legittimamente un contributo (magari originale e innovativo) di idee e di proposte da parte della Commissione, alla vigilia dell’importante appuntamento del 25 marzo, ha dovuto constatare che l’Esecutivo dell’Unione, nelle problematiche circostanze attuali, si limita a sottoporre agli Stati membri degli scenari alternativi, per di più definiti in termini assai generici e talora contradditori.

Con l’effetto di confermare l’opinione prevalente sulla scarsa capacità di leadership di Juncker e della sua squadra, e sulla tendenza della Commissione a configurarsi più come una sorta di segretariato del Consiglio europeo, che come istituzione cui spetta la responsabilità dell’iniziativa politica. C’è da sperare che almeno i contributi annunciati per i prossimi mesi sulle varie politiche settoriali contraddicano questa impressione e contengano proposte operative su cui lavorare concretamente.

Ora più che mai la responsabilità sembra essere nelle mani dei Governi nazionali, o più realisticamente di quelli che hanno o avranno maggiore capacità di leadership. E questa constatazione non è certamente incoraggiante per chi si era illuso che l’istituzione comune, e sovranazionale per eccellenza, avesse ancora una responsabilità primaria nel guidare il progetto europeo.

Ma è anche una constatazione preoccupante se si guarda alle difficoltà per i Governi nazionali (divisi fra loro e in difficoltà di fronte ad opinioni pubbliche nazionali sempre meno convinte della validità del progetto europeo) di individuare quel (minimo) comune denominatore in grado di far recuperare alla costruzione europea il necessario sostegno popolare e la capacità di avanzare nonostante le difficoltà.

(Ferdinando Nelli Feroci, via Affarinternazionali.it)

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Foto EU Parliament cc-by-nc-nd
Foto NGi CC0
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