C’eravamo tanto amati: la relazione Usa-Nato

 

L’alleanza transatlantica sembra essere ad un punto di svolta dopo l’arrivo del nuovo inquilino alla Casa Bianca. Irritato da ogni forma di accordo su base regionale o multilaterale, il tycoon proverà ad alleggerire gli impegni degli Stati Uniti verso il mondo. È necessario chiedersi come farà, e a quale scopo?

1. UNA RELAZIONE LUNATICA -L’alleanza transatlantica, organizzazione che si appresta a festeggiare i 70 anni di età, ha vissuto fasi alterne durante la sua vita, momenti di grande unità e momenti di forte crisi. A partire dall’allontanamento di De Gaulle dal comando militare della NATO fino alle critiche di Reagan riguardo il poco impegno degli alleati europei, l’alleanza, che ha avuto il compito di coordinare le politiche estere e soprattutto le difese delle due sponde dell’Atlantico, ha anche avuto la fortuna, o il merito, di sopravvivere al suo più grande avversario, il Patto di Varsavia. Analizzando le lodi e le critiche che hanno accompagnato la vita del più grande patto militare della storia, si possono notare gli elementi fondanti, le strategie e le contraddizioni del rapporto profondo tra Europa e Stati Uniti. Se da Washington arrivano critiche riguardo lo scarso impegno dei partner europei nel raggiungimento degli obiettivi di sicurezza, dalle varie capitali europee ci si è sempre chiesto se questi obiettivi siano condivisi o se invece abbiamo ceduto parte della nostra politica estera in cambio della garanzia di sicurezza. È un ritornello già sentito, chi decide si lamenta del poco impegno e chi si impegna poco vorrebbe essere coinvolto nell’individuazione di strategie e obiettivi.

2. NUOVO, MA NON TROPPO  Il 45° Presidente degli USA sembra gradire poco qualunque forma di accordo o compromesso. Le alleanze regionali, strumento strategico della politica estera americana, sono parte di quella massa di funi che appesantirebbero, nel pensiero strategico trumpiano, la necessaria dinamicità in politica estera richiesta dai tempi odierni. Di conseguenza la volontà del nuovo presidente è di concentrare la politica all’interno degli Stati Uniti, chiudendo così l’esperienza, certamente impegnativa, degli USA come “poliziotto del mondo”. Questo concetto della chiusura in sé stessi, dell’isolazionismo, sembra innovativo e può allarmare, ma se si guarda alla storia politica degli Stati Uniti e al loro concetto di ordine mondiale, analizzato con raffinatezza da Kissinger, si nota come in realtà , questo sia l’elemento che ha caratterizzato la storia degli USA per il primo secolo e mezzo della sua vita. La voglia di creare una “fortress America”, sì “land of freedom”, ma chiusa nel suo mondo, slegata dal resto, il quale sembra, con una dose di ingenuità, poco importante. Nei fatti sappiamo poco di come questa visione verrà messa in pratica dal nuovo Presidente, però dopo pochi giorni da quando è entrato in carica possiamo stare certi che dei cambiamenti importanti avverranno. Sarà necessario un periodo di attesa per capire come le proposte di cambiamento verranno messe in pratica e digerite dai partner europei e dai rappresentanti al Congresso degli Stati Uniti.

3. PREDATORI E PREDE – Se concentriamo l’analisi sui fatti e non sulle previsioni, dalle parole di Trump possiamo ricavare una volontà di muoversi nello scacchiere internazionale liberamente. Una volontà di scegliere volta per volta i problemi da risolvere e gli scenari dove inserirsi, senza seguire accordi o impegni presi, questo lo si può vedere non solo nel rapporto tra Stati Uniti ed Europa ma genericamente con tutto il mondo. È di poche settimane fa la decisione del neo presidente di uscire fuori dal Partenariato Trans-Pacifico (TPP), e sembrano prossime le decisioni da prendere riguardo l’accordo di Parigi sul clima e i cambiamenti da fare nella NATO. A metà dell’800 Lord Palmerston proclamò davanti ai comuni del Regno Unito “noi non abbiamo alleati eterni o nemici perenni, i nostri interessi sono perenni”. Ecco, Trump sembra volere seguire, a suo modo, questa massima. Riallacciando i rapporti con la Russia di Putin, Trump vuole dividere il pesante impegno di gestire i problemi e le controversie che si presentano sul panorama globale a partire dal terrorismo internazionale e dal conseguente riassetto dei paesi del Medio Oriente. Inoltre questo nuovo rapporto potrebbe essere strategico per contenere il gigante cinese che silenziosamente espande il suo potere e le sue influenze. Per fare ciò vorrebbe allontanarsi dai suoi alleati storici, che vivono un momento poco fortunato, pieni di dubbi su se stessi e di incertezze sul futuro. Molto spesso, però, pensiamo ingenuamente agli Stati Uniti come un paese dove il potere decisionale risieda tutto nelle mani del presidente, così non è. Per fare questa rivoluzione il Tycoon deve fare i conti sia con i Democratici, sia con i Repubblicani, entrambi più o meno contrari sia al riavvicinamento con la Russia sia all’allontanamento dai partner europei. Inoltre, bisognerà fare i conti con la NATO che frenerà questa voglia di cambiamento: abbiamo già sentito le parole del segretario Stoltenberg riguardo la necessità di mantenere e implementare l’alleanza. Infine, un ultimo ostacolo è rappresentato proprio dai paesi europei. Il presidente dovrà muoversi con attenzione e con decisione se vorrà attuare i suoi progetti, stando sempre attento perché la politica internazionale è un mondo oscuro che lui non conosce e dove in pochissimo tempo si passa da predatori a prede. Forse il rischio più grande per il nuovo presidente è proprio questo. Forse, invece di rivoluzionare il mondo, sarà il mondo a normalizzare Trump.

PS: È degno di nota ricordare che l’unica volta che è stato attivato l’articolo 5 , cioè l’uso della forza in difesa della NATO, è stato per rispondere all’attacco sul suolo statunitense del 11 settembre 2001 

(Giovanni Griffo, via ilcaffegeopolitico.org cc-by-nc-nd)


Foto sotto:  l’ultimo summit Nato
di Varsavia, luglio 2016

polandmfa cc-by-nc 2.0

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