60 anni di UE. Rinfondare l’Europa per salvarla

Sessant’anni e li dimostra tutti, verrebbe da dire. Il prossimo anniversario dei Trattati di Roma (1957) non cade davvero in un periodo positivo per l’Unione europea. Inutile dilungarsi sugli acciacchi interni e sulle sfide esterne del momento. La vera questione sul tappeto è come tirarsi fuori da questa palude e in che modo riprendere il cammino verso “un’unione sempre più stretta” come recita il preambolo del Trattato di Lisbona.

Lo IAI (Istituto Affari Internazionali), che nel proprio Dna spinelliano da sempre considera l’Ue come uno dei più straordinari e problematici eventi del dopoguerra, ha avviato da alcuni mesi un’ampia riflessione dal titolo “EU60. Re-founding Europe. The Responsibility to Propose”.

L’iniziativa è stata presa in accordo con il Ministero degli Esteri in collaborazione con il Centro Studi sul Federalismo (CSF) di Torino e con il sostegno della Compagnia di San Paolo. Sul sito dello IAI appaiono contributi di nostri colleghi di istituti dei sei Paesi fondatori (di qui la “Responsibility to Propose”) e di altri due centri europei (CEPS e EPC di Bruxelles).

Approfondire le ‘integrazioni differenziate’

La direzione che si è deciso di prendere è quella di approfondire le cosiddette “integrazioni differenziate” per tamponare il fenomeno delle “exit” e trovare delle forme di integrazione, previste dai trattati (non è tempo di revisione degli stessi), che permettano ad alcuni Paesi di procedere con più decisione, senza dovere aspettare che tutti i 27 sopravvissuti alla Brexit si mettano d’accordo.

Ma se questo può essere lo strumento, forse scontato ma di difficilissima attuazione, è davvero difficile oggi presentarsi all’opinione pubblica a “vendere” un meccanismo un po’ barocco e certamente privo di attrattiva. La primissima cosa da fare sarà perciò quella di tentare di rovesciare la narrativa oggi prevalente intorno all’Ue. Sarebbe bene, in altre parole, ri-spiegare ai nostri cittadini quale è la finalità di questa grande avventura che oggi compie 60 anni.

La sete di pace e i rischi per la pace

Forse è bene ricordare ancora che è stata la sete di pace in Europa a dare il via ai grandi progetti politici di allora. E che oggi la pace non è proprio un fatto scontato: basta dare un’occhiata nei nostri dintorni per capire che le occasione per riprendere qualche forma di conflitto nel nostro continente non sono poi così teoriche.

Il cammino sulla strada dell’integrazione ha poi aggiunto altre ragioni importanti per procedere assieme: la diffusione del welfare nei nostri Paesi, la tutela dei diritti personali, la libertà di movimento e di mercato, il mantenimento della democrazia, tanto per citare alcune finalità generali.

Più in particolare, tuttavia, il cuore di tutti questi obiettivi è stata l’adozione di un principio di multilateralismo nelle relazioni fra i Paesi dell’Unione, respingendo la vecchia (e oggi rinascente) teoria dell’equilibrio fra le potenze per gestire le relazioni internazionali.

No a relazioni basate sulla forza dei singoli Stati

Questi valori e questo principio costituiscono l’identità profonda su cui si regge l’Ue e che oggi, in periodo di diffuso policentrismo, mantengono ancora il significato di rifiuto di relazioni basate sulla forza dei singoli Stati. È evidente tuttavia che questa straordinaria identità europea debba poi alimentarsi di fatti concreti e quindi di politiche che vengano percepite dai cittadini come effetto positivo dello stare assieme. Valori, quindi, ma anche politiche.

Qui entrano perciò in gioco le quattro aree in cui si debbono sviluppare le azioni comuni: un’economia che ci dia qualche speranza di nuova crescita dopo la crisi non ancora completamente riassorbita del 2008 e allo stesso tempo salvaguardi il mercato interno; la sicurezza interna ed esterna nella lotta e prevenzione del terrorismo; un soprassalto di creatività e solidarietà nel gestire l’immigrazione; una maggiore capacità a confrontarci insieme con i grandi attori internazionali, dalla Russia alla Cina, ma anche gli Sati Uniti.

Quattro aree per azioni comuni

Solo a questo punto possono entrare in gioco le “integrazioni differenziate”, perché è abbastanza evidente che non tutti vogliano o possano aderire ad una eventuale difesa europea, come non tutti partecipano alla moneta unica. I vari documenti prodotti dal nostro gruppo di studio approfondiscono le modalità di integrazioni differenziate nei vari campi, ma con alcuni caveat importanti.

Innanzitutto va respinto il concetto che è emerso dalle le recenti dichiarazioni (forse male espresse) di Angela Merkel sulla doppia velocità. Le integrazioni differenziate non hanno nulla da spartire con quel concetto che di fatto intende dividere l’Unione. Anzi, va ribadito che le integrazioni differenziate rappresentano un vantaggio per i Paesi aderenti tanto da rendere troppo costoso uscirvi; ma soprattutto che il gruppo rimarrà unito e non vi saranno differenziazioni nella differenziazione.

Il secondo problema da affrontare è come si governano tre o quattro diversi gruppi integrati (es. il gruppo Euro con quello eventuale sulla difesa e con un altro su Schengen). Va quindi definito sia il ruolo della Commissione che del Consiglio europeo. In aggiunta si potrebbe porre la questione dei Paesi che partecipano a tutti i gruppi (il cosiddetto core) e la cui collocazione rispetto agli altri dovrà essere in qualche modo riconosciuta. Infine va aggiunto un altro problema, davvero grande, che si riassume nel controllo democratico sull’azione di questi diversi gruppi.

Gli interrogativi e la mancanza di alternative

Insomma le stesse integrazioni differenziate, pur previste dai trattati, pongono una serie di interrogativi di non facile lettura soprattutto per un normale cittadino. Eppure altre strade non se ne vedono. Quello che più preoccupa è tuttavia il silenzio dei leader politici e di governo europei su questi temi. Tutti occupati a combattere gli euroscettici che tentano di detronizzarli.

Invece di adottare strategie che rovescino la facile narrativa dei nazionalisti passano il loro tempo ad inseguirli, utilizzando argomentazioni di sapore vagamente euroscettico, ma evidentemente molto meno credibili di quelle espresse dai loro avversari.

Basti vedere lo svolgimento della campagna elettorale in Olanda dove il premier Mark Rutte scimmiotta, senza convincere, il nazionalista Geert Wilders. In questo modo si indebolisce ulteriormente il cammino verso una maggiore integrazione.

Di qui il nostro appello alla Responsabilità di Proporre in un tempo in cui fare ragionamenti un po’ meno scontati sembra particolarmente difficile, soprattutto in un’Europa che vede ben pochi leader impegnati a sostenere le ragioni più che mai profonde e necessarie di una crescente integrazione. Speriamo che il 25 marzo vada oltre una semplice cerimonia e fissi una nuova roadmap per il futuro dell’Ue.

(Gianni Bonvicini, via Affarinternazionali.it)


Foto EU Parliament cc-by-nc-nd

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