Esiste davvero un’emergenza terrorismo?

Misure che erodono lo stato di diritto, rafforzano il potere esecutivo, indeboliscono la supervisione giudiziaria, limitano la libertà d’espressione ed espongono potenzialmente chiunque a forme di sorveglianza governativa senza controllo” Stiamo parlando della Corea del Nord? Della Russia di Putin? No, è l’Europa secondo Amnesty International.

 

La tocca pianissimo, Amnesty. Presentando lo scorso gennaio il suo rapporto intitolato Pericolosamente sproporzionato: la continua espansione dello stato di sicurezza nazionale in Europa, si parla esplicitamente di “scenario orwelliano”. Sarà un’iperbole, ma intanto supposti fari di civiltà e libertà come Austria, Regno Unito, Danimarca, Germania od Olanda propongono e approvano regolarmente leggi liberticide. Per agevolare le proprie misure antiterrorismo, la Francia aveva sospeso la convenzione europea dei diritti umani. Tentativi di passare provvedimenti anticostituzionali sono stati fortunatamente fermati in Italia e in Germania. Ciò nonostante, in nome della prevenzione, molti governi oggi possono impedire di viaggiare, sorvegliare o porre sotto coprifuoco dei cittadini che non sono mai stati condannati o incriminati, sulla base di un semplice sospetto. Psicoreato. Non siamo ancora in una distopia come V per Vendetta. Ma la marea dei populismi sale: vogliamo davvero consegnare a politici come Marine Le Pen un arbitrio così ampio nell’uso della forza pubblica?

Dolorosa ma necessaria chemioterapia contro un pericolo letale? In realtà il terrorismo in Europa è ai suoi minimi storici. Gli ultimi 16 anni sono stati di gran lunga i più tranquilli in Europa dal 1970. L’Europa è lungi dall’essere nel mirino: tra 2001 e 2014 ci sono stati nel mondo 108.294 morti per terrorismo, ma solo 420 in Europa occidentale. Per un europeo, la probabilità di morire in un attacco terroristico è infima. Secondo l’analista di rischio Tom Pollock, se anche in Francia ci fosse un Bataclan o una Nizza all’anno per 80 anni, la probabilità che un francese muoia in un attentato in tutta la sua vita sarebbe circa di una su 10mila. Per intenderci, è circa cinque volte più facile morire cadendo dalle scale.

 

Ne consegue una folle sproporzione di spesa pubblica. Il blog Think by Numbers ha evidenziato lo squilibrio tra cause di morte e spesa pubblica in Usa. Per combattere le tre principali cause di morte – malattie cardiache, cancro e ictus – che insieme causano circa 1,4 milioni di morti all’anno, si spendono quasi 8 miliardi di dollari. Il bilancio totale dei National Institutes of Health oscilla intorno ai 30 miliardi di dollari. Contro il terrorismo – che, incluso l’11 settembre, ha causato in Usa circa 300 morti all’anno – gli Usa ne spendono 150 miliardi. Questa infografica riassume bene il paradosso. Quale logica permette a una minaccia numericamente irrilevante di superare quasi cinque volte la spesa per la ricerca medica? Anche l’Europa spende parecchio, allocando 4 miliardi di euro per Sicurezza e cittadinanza nel budget 2016. Sedici volte di più dei fondi allocati per la ricerca sul cancro tra 2007 e 2013 (1,5 miliardi di Euro totali, corrispondenti a 250 milioni l’anno).

Forse non ci sono morti perché le misure antiterroristiche funzionano. L’evidenza però sembra affermare il contrario. La sorveglianza di massa in Usa non sembra di grande aiuto contro il terrorismo. Nel 2015 l’Fbi è stata costretta ad ammettere che gli enormi poteri del Patriot Act non hanno sventato nessun piano terroristico significativo (ma già nel 2004 veniva usato per investigare reati comuni). Quanto alla mano facile della polizia, secondo un rapporto del parlamento francese citato dal New York Times, 3.600 perquisizioni senza mandato e 400 arresti domiciliari hanno prodotto solo 6 procedimenti giudiziari per il terrorismo (mentre sono stati colpiti anche ambientalisti e attivisti per il diritto del lavoro). I poteri speciali della polizia sono efficacissimi però per estraniare frangedisperate della società. Human Rights Watch ha parlato con chi ha subito queste operazioni, e dipinge uno scenario di vite distrutte e perdita di fiducia nelle istituzioni. Un buon modo per fomentare ulteriore radicalizzazione.

Pure, la sete di provvedimenti speciali non si ferma. L’ultimo viene da Strasburgo pochi giorni fa. Il Parlamento europeo ha approvato una direttiva per allargare la definizione di terrorismo. Con più reati e più sospensioni della privacy. Va detto che per molti paesi cambia poco; la legge italiana antiterrorismo del 15 aprile 2015 era già sostanzialmente simile. Ci sono comunque passaggi terrificanti, evidenziati dall’associazione European Digital Rights, come per esempio: “Lo studio personale, tramite internet o altro materiale didattico, dovrebbe essere considerato training per il terrorismo, qualora commesso con l’intenzione di commettere o contribuire a un attacco terroristico. Nel contesto del caso specifico, questa intenzione si può inferire dal tipo di materiale o la frequenza di consultazione”. Vero, si specifica che i fini accademici e di ricerca sono protetti: ma prova a spiegare all’antiterrorismo che hai passato una serata su Wikipedia a leggere di ordigni nucleari per pura curiosità nerd. Prova a scrivere un articolo sulla rivista dell’Isis, quando rischi di essere dichiarato un terrorista solo per aver letto e linkato dei file pdf. Quali materiali o attività costituiscano studio personale a fini terroristici, non è dato sapere. Allargare il novero dei comportamenti terroristici rischia inoltre di gonfiare le statistiche sui reati di terrorismo. Statistiche che possono essere usate per sostenere l’allargarsi di una emergenza terrorismo e chiedere nuovi provvedimenti, in una spirale senza fondo.

Il terrorismo è psicologia, marketing: ottenere il massimo risultato mediatico con il minimo sforzo. Cosa vogliono i terroristi, più o meno consapevolmente? Vogliono che fomentiamo ulteriore rabbia e delusione nelle fasce sociali dove possono reclutare soldati. Vogliono uno stato di emergenza permanente che ci dissangui economicamente e psicologicamente, come una malattia autoimmune che distrugge un corpo. È quello che sta accadendo. L’Europa si spezza: Brexit ha vinto sull’onda della xenofobia, che a sua volta si nutre della paura del terrorismo. Trump sta isolando gli Stati Uniti sull’onda della stessa ansia, con la tentazione di abbandonare a sè stessa un’Europa sempre più fragile.

Il terrorista suicida teme un solo destino: che il suo gesto non cambi nulla. Che non faccia paura. Eppure ci sono poche cose difficili da sostenere nel dibattito politico odierno come rifiutare l’emergenza terrorismo. Si discute a volte sulle singole misure, ma quasi mai si sente dire che non esisteun’emergenza tale da giustificare spese folli e provvedimenti così pericolosi per i diritti civili. Chi prova ad affermarlo viene ignorato. Siamo così immersi nella paura che metterla in discussione è politicamente suicida, a destra come a sinistra.

Siamo come una rana messa a bollire, si dice nei paesi di lingua inglese. Una rana gettata nell’acqua bollente scappa via ma – vuole la leggenda – se mettiamo il ranocchio in una pentola di acqua fredda che scaldiamo piano piano, il povero anfibio non si accorge del pericolo finché non è troppo tardi. È una bufala (anzi, pardon, fake news), ma il senso è chiaro. L’emergenza è il nuovo quotidiano. La Francia ha rinnovato cinque volte lo stato di emergenza dopo i fatti di Parigi, con scarsa opposizione. L’acqua che rischia di farci bollire vivi non è l’Isis, è lo sgretolarsi dei diritti fondamentali della nostra civiltà e democrazia. Che non sono mai stati scontati, e che ora stanno scomparendo.

(Massimo Sandal via Wired.it cc-by-nc-nd)


Foto: Bruxelles, Emanuele Cardinali cc-by-nc-sa
Foto: Parigi, Evan Bench cc-by
Foto: Vaticano, © GettyImages

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