Cosa succede nel Donbass?

Si è riaccesa violentemente la miccia, in realtà mai del tutto spenta, del conflitto ucraino. Dal 29 gennaio, in particolare, l’escalation di violenze ha come epicentro la cittadina di Avdeevka (o Avdiivka a seconda delle traslitterazioni dal russo o ucraino, 22000 abitanti) nel distretto di Donetsk. Gli scontri hanno registrato almeno 15 morti in quello che è stato il più aspro combattimento degli ultimi due anni.

Fin dall’indomani della loro entrata in vigore, gli accordi di Minsk sono stati violati. Tali accordi prevedevano il cessate il fuoco, la creazione di una buffer zone e alcune riforme politiche da parte di Kiev. Le parti in conflitto, e i governi di Mosca e Kiev, si sono sempre rimpallati le responsabilità per il mancato rispetto degli accordi. La città di Avdeevka, al centro dei recenti scontri, si trova proprio all’interno della fascia di 25 chilometri dalla linea di demarcazione che doveva essere de-militarizzata.

Dopo i violenti scontri di questi giorni la città, che dal 2014 si trova sotto il controllo ucraino, è attualmente presidiata dalle forze di Kiev che vi hanno trasferito carri armati e artiglieria pesante al fine di allontanare il pericolo di ulteriori attacchi. La popolazione civile si trova in stato d’emergenza, senza elettricità, acqua e gas, mentre la temperatura esterna la notte arriva ai meno 18 gradi. Per questo il governo di Kiev ne ha richiesto l’evacuazione. Porošenko, che a fine gennaio si trovava in Germania, è rientrato velocemente nella capitale per gestire la situazione.

La popolazione è la prima vittima di questo conflitto, che qualcuno si ostina a chiamare “guerra civile” mascherandone così la natura di aggressione da parte russa. Quella del Donbass non è una guerra di liberazione, né di indipendenza, ma solo una proxy war i cui fili sono tirati a Mosca. Non c’è un concreto appoggio da parte dei civili alle forze separatiste. La popolazione chiede solo, con esile voce, la fine di questo incubo.

Da due anni, dai feroci inizi del conflitto tra separatisti e forze governative, non si assisteva ad un’azione militare del genere, per quanto la situazione precaria non fosse certo nuova agli abitanti della zona. L’OSCE nella sola giornata del 29 gennaio ha registrato oltre 2200 esplosioni nell’area. Non sono mancati morti e feriti, sia militari che civili, le cui cifre variano a seconda delle fonti ma che vanno ad aggiungersi agli oltre 9700 dall’inizio del conflitto (oltre ai quasi due milioni di sfollati).

I recenti sviluppi politici internazionali, a partire dall’elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti fino ai colloqui di pace per la Siria, possono essere alla base del riaccendersi degli scontri. I timori che la “distensione” fra Washington e Mosca si giochi sulla testa degli ucraini sono forti. Anche per questo il governo di Kiev ha aumentato a 6 miliardi di dollari il budget della difesa, dotando l’esercito di nuovi armamenti e portando a 250mila gli uomini in servizio stabile. L’esercito ucraino è oggi uno dei più  grossi corpi armati in Europa. L’intenzione è quella di non vedere ripetersi le pesanti sconfitte di Ilovaisk (agosto 2014) e Debal’tsevo (febbraio 2015).

Intanto a Lugansk il ministro della Difesa della locale repubblica separatista, Oleg Anashchenko, è stato ucciso da un’autobomba. Non si sa se l’uomo sia stato vittima di uno dei tanti regolamenti di conti all’interno della compagine separatista, o se – come affermato dai filorussi – sia stato ucciso da uomini di Kiev. L’episodio conferma tuttavia l’escalation della tensione nella regione.

Un’escalation di cui il presidente Porošenko invoca la fine, anche attraverso una telefonata con Donald Trump. A questo punto l’intermediazione americana per un nuovo cessate il fuoco sembra necessaria, anche per scongiurare una reazione di Mosca e per capire quale linea intende seguire la nuova amministrazione americana nei confronti della crisi ucraina.

(Martina Napolitano e Matteo Zola, via Eastjournal.net cc-by-nc-nd)


Foto: disegno di un bambino sfollato (Unicef Ukraine cc-by)

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