Il difficile equilibrio delle città d’arte

Di turismo si vive, ma si muore anche. Così, al grido di «Non vogliamo fare la fine di Venezia!», la sindaca no global di Barcellona, Ada Colau, ha decretato il divieto di costruire nuovi alberghi in centro. Con un milione e 600 mila abitanti, la città accoglie ogni anno 30 milioni di visitatori. Di conseguenza, alla Sagrada Familia c’è la stessa densità umana che nella metropolitana di Tokyo all’ora di punta.

Le Ramblas sono affollate come la Main Street di Disnyeland a Ferragosto e, per gli indigeni, l’ospite inizia a puzzare ben prima dei tre giorni canonici, sempre che non sia il solito turista sporca-e-fuggi da una giornata e via. Se proprio volete vedere Barcellona, è il messaggio della sindaca, allora iniziate dalla periferia.

Naturalmente, si potrebbe anche sostenere che questa «descrescita alberghiera» sia solo l’ennesima manifestazione di quel sentimento antiglobalista che serpeggia per il mondo, perfettamente bipartisan fra nuova destra populista e vecchia sinistra anticapitalista. Se Trump costruisce muri, la signora Colau vieta di costruire alberghi, con buona pace di chi credeva irreversibile la globalizzazione, anche quella del turismo. Che, peraltro, resta uno dei settori più trainanti dell’economia mondiale, l’unico in crescita fissa: nel ’15, hanno fatto la valigia un miliardo e 200 milioni di persone. E qualche centinaio di milioni di cinesi della nuova middle class, per la prima volta nella storia, hanno la possibilità di straripare nel resto del mondo, in una versione solo leggermente più pacifica delle invasioni barbariche. Si sa che oggi Attila ciabatta in infradito, scatta selfie, mangia spaghetti alla bolognese, fa pipì dove non dovrebbe e lascia dietro di sé una scia di graffiti sui monumenti e di bottigliette di plastica sui prati.

L’irritazione di chi vede la propria città trasformarsi in un parco di divertimento, e divertimento altrui, non solo è comprensibile, ma legittima. Basta pensare a Venezia, che ormai è una città altrettanto virtuale di Disneyland (pure la quantità di topi, si direbbe, è più o meno la stessa). I residenti sono sempre meno e sempre più arrabbiati, altro che Serenissima. E tuttavia, con tutta la solidarietà, non è facile pensare a una soluzione. Purtroppo, a Venezia o a Barcellona o a Parigi vogliono andarci tutti, non c’è muro o ticket o divieto che tenga. Potrà non piacere né il turismo né la massa, ma il turismo di massa è una delle caratteristiche del nostro tempo e sempre più lo sarà.

Allora in questa come in altre materie sarebbe forse bene bandire gli opposti estremisti, fare di necessità virtù e provare a gestire l’inevitabile invece che limitarsi a subirlo. Serve un «juste milieu» fra i diritti degli indigeni e quelli dei visitatori, fra interesse economico e qualità della vita, fra tutela dei siti e possibilità di visitarlo. Ricorrendo a una virtù poco appariscente, per nulla di moda, non cliccata sui social, ignorata nei dibattiti tivù e scarsamente praticata anche nelle aule della politica: il buonsenso.

 

(Alberto Mattioli via lastampa.it, cc.by.nv.nd)

 


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