Il terrorismo minaccia anche la nostra tavola

Il rischio di ‘bioterrorismo’ – vale a dire del rilascio intenzionale di microrganismi patogeni per provocare panico, terrore, morte o malattie, al fine di rivendicazioni politiche, religiose o economiche – è uno dei pericoli più temuti che di tanto in tanto rimbalza nelle notizie dei media.

La minaccia relativa alla contaminazione dei cibi che mangiamo rientra in questo quadro e anche se non riguarda esattamente il nostro Paese, proviene da un gruppo ‘eco-terrorista’ nato una quindicina di anni fa proprio in Italia e che si è diramato in varie parti del mondo, tra le quali la vicina Grecia.

Green Nemesis

La Federazione anarchica informale-Fronte Rivoluzionario internazionale (Fai-Irf) aveva minacciato di boicottare alcuni prodotti delle multinazionali Coca-Cola e Nestlè, manomettendo le bottiglie e immettendovi acido cloridrico già nel dicembre 2013, quando aveva causato il ritiro delle bevande dagli scaffali dei negozi di alcune città greche.

Nel dicembre 2016 la gamma dei prodotti presi di mira sembra essersi ampliata, includendo anche insalate, passate di pomodoro, maionese, latte e prodotti Unilever e Delta. La minaccia è ancora quella di immettere sul mercato prodotti contaminati con cloro e acido cloridrico senza che le confezioni risultino manomesse.

L’obiettivo dell’organizzazione anarchica, nell’ambito del Progetto ‘Green Nemesis’ non è quello di colpire i consumatori, ma di dare luogo ad un sabotaggio economico delle multinazionali e dei grandi gruppi bersaglio dell’azione, considerati responsabili di fare profitti sfruttando i lavoratori, anche minori di età, e di essere tra le società più inquinanti del mondo.

La reazione dei soggetti economici colpiti è stata immediata. In un comunicato congiunto, Coca-Cola, Nestlè e Unilever hanno elencato i prodotti ritirati dal mercato nell’area interessata e dato notizia di aver attivato, ciascuna di esse, un numero verde per fornire informazioni ai consumatori.

Food terrorism e agroterrorism

Il food terrorism è definito dall’Organizzazione Mondiale della Sanità in un documento del 2002 dal titolo “Terrorist Threats to Food: Guidance for Establishing and Strengthening Prevention and Response Systems” come un atto o una minaccia di contaminazione deliberata di cibo destinato al consumo umano mediante l’impiego di agenti chimici, biologici o radiologici e al fine di causare malattie o morte della popolazione civile e/o di turbare la stabilità sociale, economica o politica.

L’agroterrorism, secondo la definizione adottata anche dall’Fbi, è rappresentato dall’introduzione deliberata di una patologia animale o vegetale allo scopo di generare paura, causare danni economici o minacciare la stabilità sociale.

Il cibo, dunque, può ben essere un veicolo per atti terroristici finalizzati a scopi politici, come nel caso delle insalate contaminate con la salmonella nello stato dell’Oregon in occasione di elezioni locali nel 1984, o, come nel più recente caso greco, usato allo scopo di compiere sabotaggi economici di gruppi commerciali. Tali azioni terroristiche, inoltre, possono interessare ogni anello della catena alimentare, dai campi alla tavola.

Quali strumenti da parte del diritto agroalimentare?

Il caso della minaccia in Grecia ci offre l’occasione di svolgere alcune considerazioni sugli strumenti giuridici attualmente in essere per affrontare situazioni di tal genere. La regolamentazione in materia agroalimentare, spesso assai complessa e dettagliata in molti Paesi del mondo, ha, tra l’altro, il ruolo di garantire alimenti sani e sicuri ai consumatori e di permettergli di compiere scelte informate.

Esistono, dunque, strumenti posti a tutela della sanità del cibo immesso sul mercato: vi è da chiedersi se risultano adeguati nell’ipotesi di un attacco di food terrorism.

Il recente Food Safety Modernization Act, atto normativo in materia di sicurezza alimentare emanato negli Usa nel 2011 prevede, tra le sue regole di esecuzione, delle mitigation strategies finalizzate a proteggere gli alimenti proprio da ‘adulterazioni intenzionali’.

Tra le azioni previste vi è la preparazione da parte degli operatori del settore alimentare di un food defense plan, secondo una procedura che ricalca l’Haccp, vale a dire quel sistema per il quale le imprese agroalimentari identificano, valutano e controllano i punti critici di possibile rischio di contaminazione nei propri processi produttivi.

La disciplina dell’Unione europea, Ue in materia di food safety è certamente una delle più avanzate al mondo. La sua architettura poggia sul Reg. 178/2002 ed è completata da una serie di atti normativi, tra i quali in primis quelli che formano il c.d. “pacchetto igiene”.

Tale strumentario comprende, tra l’altro, il sistema di autocontrollo Haccp che si è menzionato, regole stringenti di tracciabilità dei prodotti dal campo alla tavola e un efficace sistema di allarme rapido che permette, nell’ipotesi in cui vi sia il rischio che un alimento o un mangime comporti un grave pericolo per la salute umana, per la salute degli animali, o per l’ambiente, di adottare misure di emergenza quali, ad esempio, il ritiro del prodotto dal mercato.

i tratta, dunque, di norme che si stanno dimostrando adeguate per le ipotesi di contaminazione accidentale, ma che, in effetti, non sono rivolte a contaminazioni intenzionali, come avviene nei casi di food terrorism.

Per tale ragione, probabilmente, sarebbe necessario riflettere sull’opportunità di introdurre, anche nell’Ue misure di food defense, volte cioè alla protezione dei prodotti alimentari da alterazioni intenzionali dovute ad agenti biologici, chimici, fisici o radiologici, che al momento rappresentano solo misure volontarie alle quali aderiscono, ad esempio, gli operatori del settore alimentare che vogliano esportare negli Usa.

(Mariagrazia Alabrese via affarinternazionali.it)


Foto pixabay/BSlovacchia

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