La storia di Eva, bimba di Trencin deportata ad Auschwitz a due anni e sopravvissuta

Eva Umlauf fa una breve pausa, scopre l’avambraccio sinistro e mostra un numero dall’indefinito colore grigio-celeste e dai contorni sfocati: A-26959. «Quando me l’hanno tatuato avevo due anni, è cresciuto con me», racconta Frau Umlauf, una delle più giovani sopravvissute del campo di concentramento di Auschwitz alle quali sia stato tatuato un numero. «Non ho mai seriamente pensato di farlo rimuovere: è stato sempre lì, fa parte di me, questo marchio non è solo sull’avambraccio, ma è nell’anima e da lì non lo si può rimuovere con un’operazione».

Nata nel 1942 nel campo di lavoro forzato per ebrei di Nováky, in Slovacchia, Eva Umlauf giunse ad Auschwitz il 3 novembre 1944 insieme a sua madre, allora incinta al quarto mese. Sua sorella nacque nell’aprile 1945 nel campo ormai liberato. «Siamo sopravvissute per un caso storico: il nostro fu il primo trasporto che non fu mandato nelle camere a gas». Pochi giorni prima, il 28 ottobre, erano arrivati da Theresienstadt 2.000 tra uomini, donne e bambini: quasi 1.700 di loro vennero selezionati subito per le camere a gas.

Frau Umlauf, un’elegante psicoterapeuta e pediatra di 74 anni che oggi vive a Monaco di Baviera, era troppo piccola per avere oggi dei ricordi coscienti di Auschwitz. Quello che sa lo deve a un lavoro di ricostruzione che ha avviato negli ultimi anni, dopo un infarto, ed è confluito in un libro uscito l’anno scorso in Germania: «Il numero sul tuo avambraccio è blu come i tuoi occhi» (edizioni Hoffmann und Campe). È così che è venuta a sapere, ad esempio, che ad Auschwitz venne separata da sua madre. «Lei non me l’ha mai detto, probabilmente perché nutriva sensi di colpa per non essere riuscita a proteggermi, negli archivi ho scoperto di essere stata nella baracca di Josef Mengele, ma non so se abbia fatto esperimenti anche su di me». Quello che sa è in che condizioni lasciò il campo: «Sono arrivata che sapevo camminare e parlare; quando sono uscita non riuscivo a fare un solo passo, il mio addome era gonfio per via della malnutrizione, avevo la rachitide, la tubercolosi, la pertosse e in seguito la difterite. Un medico disse a mia madre: “Dimentichi sua figlia, non può sopravvivere”».

Dopo la fine della Seconda guerra mondiale tornò a Trencín, in Slovacchia, insieme a sua madre e sua sorella. Suo padre morì nel campo di concentramento di Melk, un sottocampo di Mauthausen. A Trencín «ci consideravano un miracolo: eravamo sopravvissute, eravamo tornate». A casa l’Olocausto era un tabù: «Sapevamo che eravamo ebree e che eravamo state ad Auschwitz, ma le circostanze precise non le conoscevamo e per molto tempo questo ci è bastato: regnava un divieto implicito di far domande».

Video: la signora Umlauf in due video girati a Bratislava nell’ottobre 2016, in occasione della presentazione del suo libro di memorie

https://youtu.be/ioc-t89qFis

Con gli anni sua madre si ammalò di una grave depressione che la porterà alla morte. «Se fosse riuscita ad aprire la sua capsula forse sarebbe stato diverso». Sia le vittime che i carnefici, spiega Frau Umlauf, si portano dietro «un’eredità emotiva» che è come una capsula individuale. Quella delle vittime contiene tutte le sofferenze, le umiliazioni, le persecuzioni, le persone decedute: «È fondamentale aprirla, altrimenti la si trasmette ai posteri».

Nel 1967 si trasferì «per amore» in Germania, a Monaco. Oggi, quando scoprono il suo avambraccio sinistro, i tedeschi «reagiscono con stupore: è diventato molto raro incontrare qualcuno con un numero tatuato». Una sera d’estate di pochi anni fa «nella metro un giovane, dopo aver fissato l’avambraccio, mi disse poco prima di scendere: “Vorrei chiederle scusa per quello che le hanno fatto i miei antenati”».

Oggi Eva Umlauf visita spesso le scuole tedesche. «Ai ragazzi dico: “Avete un potere enorme, perché potete impedire che tutto questo possa ripetersi”».

(Alessandro Alviani via lastampa.it, cc-by-nc-nd)
Articolo pubblicato il 27 gennaio 2017


Foto: frame da video Plus Jeden Den

 

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