La strana coppia: se la Lady spinge Donald al realismo

Il premier inglese Churchill aveva mamma americana e provò ad andare d’accordo con l’aristocratico presidente Roosevelt, mentre il ruvido Truman lo ascoltava meno. La Thatcher e Reagan erano compagni di strada liberisti e fu la Lady di Ferro a persuadere Bush padre ad attaccare Saddam dopo il Kuwait. Blair era gemello di Clinton ma non abbandonò Bush figlio in Iraq.

La storia della «special relationship» tra Usa e Regno Unito, come la battezzò Churchill nel 1946, ha vissuto ieri un nuovo atto con l’incontro tra il neopresidente Donald Trump e la neopremier Theresa May. I due non potrebbero essere più diversi, il palazzinaro che attacca briga dalla Casa Bianca a colpi di tweet, la politica tradizionale, forbita, attenta a ogni virgola. I due cicloni 2016, Brexit ed elezioni Usa, hanno portato la Strana Coppia Theresa-Donald alla ribalta e devono ora darsi una mano. La May è sola davanti a una Unione Europea che non fa sconti a Brexit, con un Parlamento riottoso a Londra. Trump ha passato la prima settimana al potere a emanare decreti presidenziali, come fulmini di Giove a Washington, ignaro del monito di Truman al successore Eisenhower, ex generale che trionfò in Normandia: «Povero Ike, dalla Casa Bianca darà ordini credendo di essere nell’esercito e si accorgerà che qui nulla si muove».

Venerdì, per la prima volta, la realtà, sola maestra che dà i voti all’uomo più potente della Terra, ha fatto capolino davanti a Trump. Su Putin e Nato, la premier May ha tenuto duro, le sanzioni contro Mosca, dopo le offensive in Crimea e Ucraina, restano come gli accordi di Minsk, la Nato è baluardo occidentale, non «obsoleta» come Trump la definisce, anche se gli europei devono pagare infine per le comuni spese militari.

Con veleno sottile, cui Trump non è uso nella sua «braggadocio», la foga irruenta, May ha sussurrato che il presidente si è detto «d’accordo con me sulla Nato». Quindi Trump, che sabato ha parlato con il presidente russo Putin, la cancelliera tedesca Merkel e il presidente francese Hollande, ha dovuto assumere un insolito atteggiamento difensivo: «Non conosco quel signore (Putin), vedremo come va la nostra relazione, io voglio buoni rapporti, con Russia e Cina».

Perfino sulla tortura, pallino di Trump, il presidente non fa marcia indietro, «per me funziona», ma annuncia che a decidere sarà il generale «Cane Rabbioso» Mattis, che è contrario. Trump scopre presto come sui grandi temi, muro con il Messico, Nato, tortura, commercio internazionale, Europa, Russia, Cina ogni parola pesa come un grattacielo. Nei suoi libri sul business Trump elogia uno stile di negoziato a somma zero, chi vince prende tutto, chi perde zero. Ma in politica, interna ed estera, il bravo leader cerca di far sì che tutti, o almeno tanti, vincano negli accordi, con meno esclusi possibile. Prima dell’incontro con la May, Trump ha dovuto parlare per un’ora al telefono con il presidente messicano Peña-Nato: altro che tweet, 60 minuti per evitare una disastrosa guerra commerciale nata dal nulla.

«Non sono così focoso come mi dipingete» ha detto, sottovoce, Trump ai giornalisti, per la prima volta impressionato da quanto pesi il governo. I parlamentari repubblicani, nelle stesse ore, lo mettevano in guardia dal bocciare subito la riforma sanitaria di Obama che lui detesta ma che copre anche i loro elettori, mentre in Europa Merkel e Hollande chiamavano all’«unità europea». Immaginare che Trump possa trasformarsi d’incanto in statista moderato è un miraggio, ma anche l’illusione del presidente di cambiare il mondo e l’America con un tratto di penna sfuma in fretta. Non sganciate però ancora le cinture: domani Trump si vedrà dipinto da «moderato» in tv e la sua mano correrà al tweet.

 

(Gianni Riotta via lastampa.it, cc.by.nc.nd)

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