India, la battaglia dei tamil per salvare il jallikattu, la corrida tradizionale

Questa è la storia di una tradizione millenaria che non vuol morire, in conflitto con una modernità che attinge a sensibilità e scienza. Il protagonista principale è il toro. Che va preso per le corna, senz’altro. Ed è proprio per difendere il diritto a continuare a prendere il toro per le corna, durante le annuali lotte con questi animali nello Stato del Tamil Nadu, che migliaia di manifestanti hanno messo a ferro e fuoco la capitale Chennai. Anche nelle città di Coimbatore, Tiruchi e Madurai, sono stati bloccati treni, autostrade, fabbriche, università.

Nel 2014 la Corte Suprema di Delhi aveva decretato, su pressione delle associazioni animaliste e affidandosi ai dati scientifici che descrivono il dolore degli animali coinvolti, che il «Jallikattu» non s’ha da fare. Più che tauromachia, sarebbe più preciso definirla taurocatapsia, il salto del toro, poiché l’animale non viene ucciso. Almeno non subito.

Come funziona il gioco 

Jalli significa «monete» e kattu «sacchetto», perché un tempo c’era un portamonete da strappare dalle corna del toro. Ora la sfida è riuscire a stare aggrappati alla gobba della bestia per una certa lunghezza o per un certo tempo. La tradizione si celebra a gennaio, durante le feste religiose di Pongal, festività legata alla venerazione del raccolto e degli animali da soma. Sono giochi che ricordano la civiltà minoica-micenea, o la tauromachia rituale del culto del Mithra ellenistico e persiano. Ma in realtà somigliano al salto del toro nel Sud della Francia o meglio ancora alle spacconate dell’Encierro della Festa di San Firmino a Pamplona, perché, più che altro, tra le risaie della terra dei Tamil, il «Jallikattu» è un modo per farsi vedere dalle ragazze, sfoggiare i muscoli, dimostrare coraggio e far bella figura. Insomma, è machismo.

E qui ci tengono a tal punto da dare fuoco alle caserme, bruciare 15 moto, decine d’auto, ferire 49 poliziotti, gettare copertoni infiammati agli incroci, lanciare molotov, affrontare cariche con gas lacrimogeni, farsi prendere a bastonate con i manganelli lathi e bloccare i treni e la viabilità. E morire disidratati, com’è capitato a un manifestante.

Nonostante questi cosiddetti giochi con i tori abbiano causato almeno 17 morti e 1100 feriti dal 2010 al 2014, i bovari del Tamil Nadu esigono il diritto di maltrattare queste bestie che di indole non si metterebbero né a correre né a caricare. È stato dimostrato da fior di scienziati che mordere la coda, tagliare le orecchie, ubriacare l’animale, pungolarlo con sbarre di ferro, infilargli peperoncino negli occhi, o nell’ano, è ciò che fa sì che si metta a correre impazzito: dalla paura e dal dolore, non di sicuro dal divertimento.

La protesta che ha convinto la Corte Suprema a bandire queste tradizionali torture inizia nel 2006, quando un artista che dipingeva la scena ha visto il figlio incornato a morte da un toro. E lì ha capito che forse era il caso di smetterla. In questi dieci anni, come spiegano i portavoce di Peta India, associazione per il trattamento etico degli animali, il sistema giuridico ha fatto strada. Prima tutelava i diritti umani di difendere gli animali in rapporto all’utilità, anche sentimentale, che possono avere per noi. Ora invece la giurisprudenza comincia a riconoscere che questi sono esseri senzienti. Provano dolore. Ed è difficile far marcia indietro.

Il decreto anti-animalisti 

Ma i giochi politici hanno la meglio: per sedare le rivolte, lunedì l’Assemblea del Tamil Nadu ha votato, all’unanimità e di corsa, un decreto che in nome della tradizione consente il «Jallikattu», circonvenendo la Corte Suprema con uno stratagemma temporaneo. In realtà, gli equilibri politici sono esili e bisogna tenere contente le masse che continuano, sì, a urbanizzarsi, nel bene e nel male, ma restano ancora molto legate alla cultura agricola, nel bene e nel male.

Risultato immediato della ripresa dei giochi? Due morti e 129 feriti nella sagra di Rapoosal. Così, subito. Ma c’è un episodio ancora più assurdo, degno di un racconto di Julio Cortázar, che riguarda una terza vittima, V. Sankar, 29 anni. Era un appuntato di polizia che, sopravvissuto alle rivolte, l’altro ieri è stato successivamente assegnato a tenere l’ordine nel villaggio di Kansapuram dove si teneva un «Jallikattu» con 100 tori scatenati a correre per i campi. Il poliziotto è morto per una cornata di un toro, poche ore dopo, all’ospedale di Madurai.

Gli animalisti hanno presentato ricorso alla Corte Suprema contro la legge che ha permesso i giochi. E le associazioni contro la crudeltà sugli animali (o contro i giochi pericolosi per gli umani) spingono per fermare altre tradizioni anacronistiche come il rituale lancio della pecora dai dirupi dello Stato del Karnataka, le piramidi umane con centinaia di feriti di Mumbai e anche il culto che venera Kondammai, dea degli scorpioni, il cui rito prevede che gli aracnidi vengano fatti camminare sopra i fedeli, bambini compresi.

Ma in questi ultimi due casi, almeno, a rischiare più di tutti sono gli umani senzienti, ma forse non sempre raziocinanti.

(Carlo Pizzati via La Stampa, cc-by-nc-nd)


Foto Manu Manohar cc-by
ashitdesai cc-by-nc-nd

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