Hard Brexit, patti chiari e amicizia corta

Theresa May annuncia i piani per l’uscita: fuori dal mercato unico e nessuna mezza misura. Benissimo. Ma ora proporsi come “buoni amici” diventa complicato

Il buon senso avrebbe voluto che, da europei, ci augurassimo toni diversi da quelli sfoderati dalla premier britannica Theresa May. Più pacati, diplomatici, ragionevoli rispetto ai progetti per la Brexit. E invece, visto il pasticcio in cui i sudditi di sua maestà si sono infilati lo scorso 23 giugno, va bene così. In molti in fondo se lo augurano fin da quella surreale mattina del 24, quando l’Europa unita toccò il punto più basso della sua settantennale e visionaria storia. Anzi, va benissimo. “Non vogliamo mantenere dei pezzi di Ue, nel momento in cui la lasciamo” ha spiegato ieri alla Lancaster House di Londra in un discorso che finirà dritto nei manuali di storia. Insomma: fuori tutto e fuori bene.Il percorso sarà lungo ma almeno un punto è chiaro. E confortante, sotto il profilo dell’orgoglio reciproco. Valore con cui facciamo ben poco, in tempi di economie interconnesse, ma che visto il cazzotto ricevuto dai 27 Paesi superstiti ha quantomeno il beneficio di mettere ciascuno al proprio posto, senza inghippi.

 La Gran Bretagna uscirà non solo dall’unione politica ma di fatto anche da quella economica secondo un percorso già ribattezzato “hard Brexit”. Di tutte le possibili versioni, quella peggiore. Tuttavia, dal punto di vista dei rapporti di vicinato, quella che ha il pregio di chiudere ogni confidenza di troppo.

La premier conservatrice che ha sostituito David Cameron ha spiegato che “non vogliamo nessuna parziale appartenenza alla Ue, nessuna associazione con la Ue, niente che ci lasci metà dentro, metà fuori”. Gli obiettivi sono chiari: le strade già sperimentate da Bruxelles con Norvegia, Svizzera, Turchia e una quantità di altri Paesi in diverso modo non appartenenti all’unione, ma associati sotto l’aspetto del mercato comune o dell’unione tariffaria doganale, non vanno bene. L’unico spiraglio rimane verso la fine dell’intervento, quando – secondo diverse fonti – sembra lasciare socchiusa una porticina in stile turco. Ma il punto è che, ancora una volta, va bene così. Se bisogna sbattere la porta, bisogna anche far scattare la serratura.

Vedremo se dopo la Cool Britannia di blairiana memoria, sfociata in una crisi centrifuga senza precedenti, il progetto di una Global Britain sarà percorribile. La storia e la vocazione imperiale hanno riecheggiato fiere, nelle parole della May, ma l’economia del 21esimo secolo non si fa con le fascinazioni del passato. Saremo “il migliore amico dei nostri partner europei, ma che cerca amici, rapporti e alleati oltre i confini dell’Europa, nel mondo”. C’è da chiedersi perché mai questa ricerca a 360 gradi non fosse possibile anche sotto il pur stretto cappello dell’Unione politica. Forse il rapporto con Bruxelles – che a Londra dava il meglio e risparmiava il peggio del progetto continentale – impediva questa sorta di Commonwealth 2.0 a cui sembra mirare la May e che infatti si riunirà ogni due anni? Certo che no.

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Le trattative ufficiali inizieranno il prossimo marzo. L’obiettivo è arrivare alla conclusione nel giro di un paio di anni per sottoporre l’accordo – questa l’altra novità del discorso – al voto del Parlamento. Un passaggio che in qualche modo, pur trasversalmente, strizza l’occhio all’Alta corte britannica secondo la quale anche l’avvio delle procedure richiederebbe un voto di Westminster. Anche la Suprema corte dovrebbe confermare una posizione centrale del Parlamento nel percorso negoziale. Si vedrà chi darà il calcio d’inizio, l’idea è che la May voglia tenere la palla al governo per poi concedere a Lord e Comuni – pur convinta che realizzerà “la volontà popolare di uscire dalla Ue” – l’ultima parola.

A ben vedere, e fuori dalla retorica, May si augura nella sostanza un’implementazione graduale delle intese con una transizione flessibile. Sperando inoltre di schivare un accordo punitivo da parte di Bruxelles. Per rimanere “un buon amico e un buon vicino” con l’Europa.
Peccato che senza alcun genere di rapporto politico, con un Regno Unito che vuole riscrivere la storia e per bocca del cancelliere Philip Hammond minaccia dumping fiscale anche proporsi come “buoni amici” appare a dir poco presuntuoso.

(Simone Cosimi via Wired.it, cc-by-nc-nd)

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Foto: il discorso di May alla Lancaster House 
(Number 10 cc-by-nc-nd)
Sotto: Alan Parkinson/BSlovacchia

 

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