La crescita nel 2017? Dipende da Trump, dalla Brexit e da Fca

Donald Trump e Theresa May sono obbligati a crescere. Per questo, nell’immediato, il maggiore interscambio dovuto alle loro politiche potrebbe favorire anche la crescita europea. Sul più lungo termine, tutto dipenderà da come reagiranno le multinazionali alla nuova situazione internazionale.

Frizzanti scenari dal mondo

Nel 2017 l’Europa dovrà fare i conti con le conseguenze di due eventi inattesi del 2016 come l’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Usa e la vittoria del “Leave” nel referendum britannico.

Le vittorie del Leave e di Trump erano stati descritti come eventi potenzialmente destabilizzanti. Per ora invece i mercati hanno reagito bene. L’indice Dow Jones Industrial ha guadagnato l’11 per cento dall’inizio di novembre. Il Ftse 100 – l’indice della borsa londinese – è salito del 20 per cento in sterline (e del 5 per cento in dollari) rispetto all’inizio di luglio. Anche le economie hanno finora tirato dritto. Nel terzo trimestre quella del Regno Unito è cresciuta del 2,2 per cento, il dato migliore degli ultimi cinque trimestri, di mezzo punto superiore al +1,7 per cento fatto segnare dai paesi dell’Eurozona. E l’indagine periodica della società Markit sull’opinione dei manager responsabili degli acquisti indica bello stabile da quattro mesi, dopo l’episodico calo di luglio. In America è proseguita la sequenza di mesi consecutivi con creazione netta di posti di lavoro (ora siamo a settantacinque). La stringa di “segni più” sul lavoro e l’aumento dei salari (in dicembre al +2,7 per cento, il più rapido aumento dal 2009) hanno indotto la Federal Reserve ad alzare i tassi all’inizio di dicembre e a diffondere una previsione di tre rialzi successivi per il 2017

L’impulso dei governi conservatori alla crescita

È naturale chiedersi se la calma dei mercati e dell’economia sulle prospettive Usa e Uk del 2017 abbia una ragione d’essere. Di sicuro su Londra si addensano parecchie nubi che hanno indotto il Fondo monetario ad abbassare sensibilmente le sue previsioni 2017 all’1,1 per cento. A partire da marzo, quando il governo britannico invocherà l’articolo 50 del Trattato di Lisbona che regola le procedure per l’uscita volontaria e unilaterale di un paese dalla UE, la Brexit diventerà operativa. E a maggio si capirà meglio se l’uscita sarà hard o soft, quando il governo May approverà il Repeal Act, la legge con la quale deciderà se cancellare o mantenere nell’ordinamento inglese una per una le leggi europee introdotte dallo European Communities Act del 1972. Nel frattempo, la signora May imposta bilanci espansivi per i prossimi anni, nel tentativo di rassicurare i mercati che il suo governo conservatore farà tutto ciò che serve per far crescere l’economia. Sulla sponda sinistra dell’oceano Atlantico, il neo-presidente repubblicano preciserà le contraddittorie promesse avanzate in campagna elettorale. Ci vorrà tempo per capire se il suo slogan America First si tradurrà davvero in un ritorno di protezionismo discrezionale come paventato da Luigi Zingales. Sul fronte interno, un Congresso a maggioranza repubblicana non facile via libera a eventuali piani di espansione della spesa pubblica, sia pure destinata a investimenti infrastrutturali. Ma se Trump è stato eletto è anche perché in America c’è malessere diffuso. Per curare il quale c’è un insieme di provvedimenti con la strada spianata: i tagli di tasse su famiglie e imprese promessi alle elezioni, che per quanto di controversa attuazione e con effetti posticipati al 2018 potrebbero trasmettere fiducia e favorire gli investimenti, accelerando la crescita americana già nel 2017. In definitiva, la calma dell’economia viene dalla determinazione con cui i governi conservatori anglosassoni sembrano volersi impegnare per la crescita, senza se e senza ma. I governi prendono il posto delle banche centrali, questa è la novità.

Il travaso di crescita sull’Europa è incerto

Non è però detto che la crescita più rapida del previsto negli Stati Uniti e nel Regno Unito abbia effetti positivi su quella europea. In assenza di cambiamenti nei piani di investimento delle multinazionali, l’aumento delle importazioni Usa farà salire il Pil dell’Europa: un dollaro importato in più dagli Usa sarebbe un dollaro esportato da Berlino, Roma o Parigi. Con la prospettiva di tassi Usa più elevati, l’apprezzamento del dollaro indurrà americani ed europei a comprare più “made in Europe”, così facendo crescere l’export UE in America e riducendo l’import dagli Usa. Ma le multinazionali non staranno inerti ad assistere ai cambiamenti politici in atto. Forse fuggiranno spaventate dall’orco Trump o dall’isolazionismo britannico. Ma potrebbe anche darsi che, come si è già cominciato a vedere con una decisione annunciata da Fiat Chrysler, il capitale europeo si faccia attrarre da un regime di tassazione più favorevole per chi produce negli Usa o da una regolamentazione più permissiva sul fracking nel Regno Unito.
Insomma, non si può escludere che l’arrivo di Trump e una lenta Brexit – sebbene associati a una maggiore incertezza su un più lungo orizzonte di tempo – portino inizialmente a maggiore crescita aggiuntiva in un’Europa continentale dominata da venti di euroscetticismo e nella quale la crescita sopravvive agli scossoni elettorali grazie alla tutela della Bce. Ma la maggior crescita del futuro non arriverà da sola: i governi dell’Europa continentale dovranno guadagnarsela con attive politiche di attrazione dei capitali esteri.

(Francesco Daveri, via La Voce)


Illustr. geralt/CC0

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