Forcone e moschetto – Arte & Propaganda alla Galleria Nazionale Slovacca

Politica, psicologia di massa e una bizzarra fusione del folklore slavo con elementi delle avanguardie novecentesche: a Bratislava una mostra scandaglia i legami tra Arte e Potere, riproponendo il tema delle tentazioni autoritarie nell’Europa Centrale [di Alberto Gerosa].

Se Adolf Hitler fosse stato ammesso all’Accademia di Belle Arti di Vienna, probabilmente sarebbe diventato un pittore e la Storia lo avrebbe (forse) ricordato come membro di qualche circolo surrealista nella Parigi tra le due guerre. La provocatoria ipotesi formulata da Éric-Emmanuel Schmitt nel suo romanzo La parte dell’altro si profila con la forza di un riflesso condizionato mentre si percorrono le sale della mostra Dream x Reality / Art & Propaganda 1939-45, in programma fino al 26 febbraio presso la Galleria Nazionale Slovacca di Bratislava. Sì, perché la parata di apprendisti stregoni, cosacchi luciferini, clown allucinati e bizzarri parti del subcosciente che popolano la produzione grafico-libraria degli anni del regime clerical-fascista di Jozef Tiso prende vita dal medesimo humus che alimenta le visioni dei Nezval, dei Deml e, in certa misura, dello stesso Kafka.


Scultura raffigurante Andrej Hlinka, realizzato da Fraňo Štefunko per la Dieta dello Stato Slovacco, 1938-39 (Slovenské národné múzeum – Historické múzeum, Bratislava)

Quell’humus tipico delle contrade bagnate dal Danubio e dalla Moldava, fortemente permeabile agl’influssi modernisti ma che ritrova pur sempre la sua componente principale nell’argilla del Golem. Ma la Slovacchia non è solo Bratislava, così accanto ai sogni asfittici materializzatisi alla luce dei lampioni delle piccole Vienne disseminate tra l’Ungheria e la Boemia la Natura vibrante di questo angolo dei Carpazi occupa un importante posto in mostra. Talora questa funge da sfondo a scene bucoliche volte a trasfigurare il contadino/pastore slavo insieme alla pia consorte e alla sua prole in un’improbabile rivisitazione della Sacra Famiglia; arricchita da un’essenzialità di tratto che tradisce l’influenza del Simplicissimus e – va riconosciuto – della migliore grafica dell’epoca, oltre allo sfoggio di notevole zelo etnografico per i costumi e il particolare folklore (il cui fascino s’irradia perfino in avanzata epoca sovietica sul primo successo del regista “eretico” Sergej Paradžanov). Talora fornisce invece le quinte alla rappresentazione su tele imbastite a campiture fauve delle epiche battaglie all’ombra del poderoso bastione naturale della Porta Hungarica. Battaglie combattute dai principi slavi medievali per cristianizzare la regione, spesso con l’ausilio dei monarchi tedeschi: l’analogia con gli eventi successivi al 22 giugno 1941 era fin troppo evidente perché questo armamentario di figure e miti non cadesse vittima di facili strumentalizzazioni, modulate con il sostegno dello Stato in una vasta gamma di opere che dalla pittura attraverso le statue e i multipli arrivavano alle calcografie e, da queste ultime, alla riproduzione in massa su cartamoneta e francobolli. Certo, alle antiche teste coronate dai colli adorni di pesanti croci bronzee facevano ora da pendant i soldati contemporanei disegnati su manifesti e volantini, filmati in cinegiornali-cloni della Deutsche Wochenschau e fotografati sul fronte orientale, la bianca croce di Lorena bene in risalto sugli elmetti che spuntano circospetti dal folto dei campi di grano dell’Ucraina. D’altronde, secondo un’insistente diceria lo stesso scrittore russo Dmitrij Merežkovskij (presenza importante fra le letture giovanili di Umberto Eco) avrebbe messo Giovanna d’Arco e Hitler sullo stesso piano per giustificare la necessità storica dell’Operazione Barbarossa, in un discorso radiofonico pronunciato – forse – nel 1941 dalla Parigi occupata.


Pastore con cane, opera del 1944 di Jan Hála (SNG, Bratislava)


Martin Benka, Séria strážcovia a ochrankyne Slovenska (Guardie e custodi della Slovacchia, Slovenské národné múzeum – Múzeum v Martine, 1940 – 1942)


L‘udovít Fulla, Žofia I. – II. Illustrazione per un libro di V. Beniak, 1940 (SNG, Bratislava)

Il nemico mortale porta in luogo della croce la stella rossa del bolscevismo, che all’occasione si sovrappone a quella – famigerata – gialla usata per bollare gli Ebrei; la presunta intercambiabilità di questi simboli è sottolineata anche a livello lessicale dal termine židobolševizm (“bolscevismo giudaico”), palesemente mutuato dal vocabolario nazionalsocialista e alquanto inflazionato sui manifesti propagandistici dello Stato Slovacco negli anni del secondo conflitto mondiale. La corresponsabilità di Polacchi, Slovacchi, Cechi, Ungheresi e Rumeni nell’esecuzione dell’Olocausto è d’altronde un tema la cui fondatezza è assodata almeno dai tempi degli scritti illuminanti di Hannah Arendt.


Poster “Uniti contro il bolscevismo giudaico” (SNG, Bratislava)


Copertina della rivista Nové Slovensko, 1940 – 1941, collezione privata, via webumenia.sk

La Repubblica Slovacca fantoccio di Hitler insieme alle sue leggende nere è oggi una successione di sparuti reperti museali, scampati al macero nei decenni successivi al 1945 e appannaggio di archivi o mostre come quella di Bratislava. Il mondo è cambiato, per fortuna; la Germania ha saggiamente sostituito alle Panzerdivisionen la più innocua colonizzazione economica attraverso le varie Baumax, Lidl, Volksbank, ecc. Eppure rimane l’impressione inquietante che gli oscuri archetipi di cui la mostra di Bratislava è ricettacolo si trovino solo in una sorta di letargo, pronti a risvegliarsi in presenza di occasioni favorevoli. Che potrebbero non mancare, come ha dimostrato la recente emergenza migranti affrontata da certi Paesi dell’Europa Orientale con metodi spesso dimentichi della società civile. Occasioni che potrebbero essere anche alimentate da eventuali cambiamenti negli equilibri Nato, tutt’altro che inverosimili all’indomani della vittoria elettorale dell’antiatlantista Trump.


Il principe Pribina in un bronzo di Jozef Pospíšil, 1940 (Slovenská národná knižnica – Literárne múzeum, Martin)

I maghi stanno aspettando il sorgere a Est del loro nuovo mattino; conoscerli e capire i meccanismi delle loro arti ammaliatrici mettendo in programma una “bella crociera sul Danubio” – per dirla con le parole di Matteo Renzi – potrebbe essere un primo passo per esorcizzarli.


Soldati slovacchi impegnati sul fronte orientale

(@AlbertoGerosa)

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