95° della nascita di Dubcek. Il figlio Pavol: molti dubbi sulla morte. Fico: un gigante mondiale

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Nel villaggio natale di Uhrovec, nella regione di Trenčín, si è svolta sabato una commemorazione per Alexander Dubček in occasione del 95° anniversario della sua nascita, il 27 novembre 1921. In un discorso il primo ministro Robert Fico ha detto che Dubček è stato un gigante politico mondiale negli anni ‘60 e ’70: era come un libro famoso, che viene citato da molti, anche se pochi lo hanno effettivamente letto. È nostro dovere, ha detto Fico, «ricordare come ha vissuto e quello che ha fatto», dando esempio con la sua vita straordinaria.«Credo che la sua idea di politica con un volto umano – nel 1968 in realtà si trattava di ‘socialismo dal volto umano’ – fosse fantastica. Egli ha inaugurato una alternativa incredibile al capitalismo, ed è per questo che era così popolare. Sarei felice di poter vedere risultati anche oggi dall’ispirazione di questa idea, con una politica in Slovacchia che prenda un volto umano». È necessario, ha affermato, dare più attenzione alla dimensione sociale dell’economia di mercato, perché le idee di Dubček possono essere di immensa importanza anche per il futuro globale.

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Alla commemorazione erano presenti i due figli di Dubček, Milan e Pavol (foto qui sopra). Il primo, diplomatico di carriera, ha detto che «quando dicevo a persone di ogni parte del mondo che Alexander Dubček era mio padre, andavano in estasi». Il fratello Pavol, che a lungo ha promosso le idee di politica umanista del padre anche attraverso le attività della Società Alexader Dubček, ha detto a Tablet.tv che ci sono ancora molti dubbi sulla morte dello statista. Dubček morì nel novembre 1992, mentre era presidente del Parlamento federale, dopo due mesi di agonia in seguito a un incidente automobilistico sull’autostrada tra Praga e Bratislava. Pavol ha detto che la famiglia non si era accontentata della causa ufficiale della morte del padre stabilita dagli investigatori, e aveva fatto appello a un tribunale per scoprire la verità. «La casa automobilista BMW, in collaborazione con l’Università Tecnica Ceca di Praga, voleva esaminare la vettura, ma non è stato loro permesso di farlo», ha detto. Il tratto di strada sul quale è avvenuto l’incidente, permette di viaggiare ad alta velocità, ma è stato provato che l’automobile andava ad appena 110 km all’ora, «non credo che sarebbe potuto accadere un incidente come ci è stato presentato», ma noi, suoi figli, non abbiamo avuto alcun modo di «fare pressioni dirette o vedere le carte dell’inchiesta in corso». Non è la prima volta che Pavol parla di queste cose, come delle telefonate anonime e silenziose ricevute fino a pochi anni fa e dei diversi inviti a lasciare perdere l’inchiesta per la morte del padre.

Nel 1968 la Cecoslovacchia fu invasa dalle truppe di cinque paesi del Patto di Varsavia, guidate da Mosca. Quell’atto fu il funerale della Primavera di Praga, una stagione di riforme che vide Dubček protagonista di un rinnovamento del comunismo da cui si erano tratte molte aspettative. Portato a Mosca insieme ai collaboratori e altri capi istituzionali del Partito Comunista Cecoslovacco (KSČ), potè rientrare solo dopo aver essere stato costretto a firmare il Protocollo di Mosca, un documento che garantiva la protezione del socialismo in Cecoslovacchia, la cancellazione di alcune delle libertà garantite durante la Primavera (di stampa di di pensiero) e il rifiuto di qualunque interferenza del Consiglio di sicurezza dell’ONU nel blocco orientale. Riportato a Praga il 27 agosto, dopo sei giorni nei quali la famiglia non aveva potuto contattarlo, grazie alla firma del protocollo Dubček mantenne la segreteria del partito per un po’. Nell’aprile del 1969 fu costretto a dimettersi ma fu rieletto all’Assemblea Federale della Cecoslovacchia, prima di essere inviato (1969-1970) in Turchia come ambasciatore, dove però non poté portare la famiglia.

«Papà ci disse che avevano tenuto la famiglia qui come ostaggi, mentre gli era stato dato il posto di ambasciatore come opportunità per scappare dalla Cecoslovacchia», ha detto Pavol Dubček. Ma lui ritornò, e fu espulso dal partito. Perse il seggio al Parlamento slovacco e all’Assemblea federale, e iniziò a lavorare al Servizio forestale in Slovacchia. «Tornò in Slovacchia e accettò la punizione», rimanendo isolato e sotto costante sorveglianza della polizia segreta ŠtB. Pare che diversi paesi gli avessero offerto asilo. «In particolare la Svezia gli avrebbe dato asilo politico, senza alcun problema … Ma papà era testardo. Aveva una sua visione di possibile sviluppo [per il Paese], e sapeva di avere la fiducia di oltre l’80 per cento della nazione, quindi ha deciso di non abbandonarla», ha detto Pavol Dubček. Al contrario di quanto dicono in molti, per la mancata elezione a Presidente della Cecoslovacchia federale nel 1990 «papà non rimase deluso», e «usava gli incarichi politici per aiutare le persone».

(Red)

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