Guerre informatiche

È forse dalla crisi missilistica di Cuba che la situazione tra Stati Uniti e Russia non era così tesa. Ma a differenza di 60 anni fa, oggi esistono modi diversi per compiere azioni ostili verso i propri avversari. Un nuovo tipo di guerra, che negli ultimi mesi è diventata palese ed esplicita. (Di Enrico Giunta, thezeppelin.org)

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Stiamo parlando di cyberwarfare, in poche parole: attacchi informatici. Il cyberspazio è fondamentalmente la dimensione immateriale costituita dalle reti informatiche di tutto il mondo e che, di conseguenza, contiene un’infinità di dati. Qualsiasi computer o dispositivo elettronico contribuisce ad ingrandire il cyberspazio: compresi tutti i dispositivi che usiamo ogni giorno – il così detto “internet delle cose“.

Questa dimensione immateriale, avendo ormai pervaso moltissimi contesti della vita moderna, ha assunto da tempo una grandissima importanza strategica e militare, oltre che politica ed economica – d’altronde internet stesso nasce come tecnologia militare.

È in questo spazio ubiquo qui che prendono forma e nascono le cyberguerre, che rientrano nella dimensione delle “guerre non convenzionali”. Perpetrate per gli scopi più disparati: sabotaggi, furto di informazioni, paralisi degli enti governativi di Paesi nemici e, addirittura, per scoprire in che modo influenzare il corso degli eventi politici di un’altra nazione.

Avere le capability ed il know-how per muoversi nel cyberspazio (sia per ragioni di offesa che di difesa) è imprescindibile, almeno per le grandi potenze che aspirano ad imporsi nel sistema internazionale o a sottrarsi all’egemonia di altri. Il tutto con un aggravio di spese per i bilanci. Per il 2017 gli Stati Uniti stanzieranno quasi 20 miliardi di dollari per la cybersicurezza, di cui quasi 7 miliardi saranno destinati al Pentagono (erano 5,5 miliardi nel 2016, su un totale di 532 miliardi di dollari di budget per la difesa).

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In un mondo in cui un conflitto diretto tra grandi potenze difficilmente vedrebbe un reale vincitore, le cyberguerre sono dunque diventate un’importante valvola di sfogo per la competizione internazionale e sono andate ad inserirsi con successo nelle dottrine Hybrid Warfare, cioè quelle guerre nelle quali non ci si limita ad una sola forma di conflitto, solitamente quella “classica”, ma dove vengono utilizzate svariate tecniche: dalla guerriglia, alla propaganda (infowar), fino ad arrivare alla cyberwarfare.

Il successo della cyberwarfare deriva, intuitivamente, dalla possibilità di sfruttare l’enorme interconnessione informatica globale, dalla difficoltà di individuare i mandanti degli attacchi, e dalla potenzialità teorica di poter trasformare offensive informatiche in operazioni che possano causare danni convenzionali, come ad esempio ha provato a fare l’Iran ottenendo con successo il controllo nel 2013 di una diga nei pressi di New York per provocare un’inondazione: lo stesso risultato che si sarebbe ottenuto con un raid aereo. La diga era chiusa per manutenzione, e non ci sono stati danni reali, ma il campanello d’allarme è suonato in tutte le agenzie di sicurezza statunitensi.

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Foto CC0/BS

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