Il CETA: che cos’è e perché se ne sta parlando

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Diciamo la verità: tanto il TTIP ha scaldato gli animi, quanto il CETA invece è passato (quasi) inosservato. Almeno fino ad ora. Ultimamente se ne sta parlando per via dell’opposizione da parte della Vallonia, una piccola regione del Belgio, che ne ha bloccato la ratifica, mettendo ancora una volta in evidenza l’ostilità di una parte dell’opinione pubblica a questo tipo di trattati e le storture decisionali dell’Unione europea – laconico il commento del Ministro del commercio canadese, Chrystia Freeland: “If the EU cannot do a deal with Canada, I think it is legitimate to say: Who the heck can it do a deal with?”. L’accordo, secondo Bbc, si firmerà comunque a breve: il Belgio avrebbe trovato una soluzione alla disputa interna.

Che cosa è il CETA, in breve

L’Accordo economico e commerciale globale (CETA, Comprehensive Economic and Trade Agreement) è un trattato negoziato tra l’Unione europea e il Canada che, nelle intenzioni, dovrebbe eliminare i dazi doganali e le restrizioni per l’accesso ad alcuni appalti pubblici, ad aprire il mercato dei servizi e a offrire condizioni prevedibili agli investitori stranieri.

I negoziatori hanno concluso i lavori preparatori sul testo nell’agosto 2014, ed entro la fine di quest’anno si sarebbe dovuta porre la firma definitiva. Il Presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker ha dichiarato: “L’accordo commerciale tra l’Unione e il Canada è il nostro accordo commerciale migliore e maggiormente proiettato al futuro e mi auguro che entri in vigore il più presto possibile. Adesso è il momento di produrre risultati concreti: è in gioco la credibilità della politica commerciale dell’Europa”.

Come per il TTIP, l’obiettivo del CETA è abbattere il 99% delle barriere “non tariffarie”, ovvero – oltre all’eliminazione dei dazi doganali – l’accordo ambisce ad allineare le normative tecniche dei prodotti e dei servizi: si pensi agli standard qualitativi, alle tecniche di produzione, alla composizione di un bene, al riconoscimento dei titoli, alla possibilità di attribuire una determinata nomenclatura o meno a prodotti simili ma non identici (per un produttore canadese sarebbe più complicato, ad esempio, vendere merce italian sounding)

Foto campact cc-by-nc

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Come è evidente, in questo settore vengono in rilievo questioni delicatissime come la protezione dei prodotti tipici (“rules of origin”), la normativa fitosanitaria, le norme di investimento reciproco, gli appalti pubblici, i diritti di proprietà intellettuale, gli indicatori di provenienza geografica, lo sviluppo e il commercio sostenibili e il sistema di composizione delle controversie. Ciascuno di questi elementi rappresenta un capitolo del CETA che avrebbe dovuto essere oggetto di firma, proprio oggi, il 27 ottobre 2017, dopo 5 anni di colloqui e negoziazioni, ma che probabilmente verrà firmato nei prossimi giorni.

Come mai non abbiamo mai sentito parlare del CETA, fino ad oggi?

In primo luogo, il CETA è stato negoziato prima del TTIP e, quindi, prima della petizione al Mediatore europeo che ha reso possibile la diffusione dei documenti inerenti l’accordo con gli Stati Uniti ancora in fase di negoziazione. Un avvenimento che praticamente non conosce eguali nella storia della diplomazia internazionale, e che soffre, secondo alcuni, di deficit democratico.

In secondo luogo, si può azzardare una motivazione “culturale”: l’origine statunitense del TTIP è potuta sembrare fin da subito più indigesta rispetto al trattato negoziato con il tutto sommato “innocuo” e amichevole Canada, “cugino” degli Usa contro cui di rado si concentrano polemiche più o meno ideologiche.

Ora che la previsione di veder firmato l’accordo TTIP entro il 2016 è sfumata – mancando il consenso delle parti su molti settori nevralgici del trattato – pare naturale che le attenzioni si rivolgano al Ceta, cui manca solo la firma formale per entrare in vigore.

Le preoccupazioni sollevate da una parte dell’opinione pubblica ricordano quelle che avevano riguardato il TTIP: motivi ambientali, accuse di mancanza di democraticità del meccanismo di risoluzione delle controversie, standardizzazione della produzione, rischi per le piccole-medie imprese, eccetera. A queste, si aggiungono le preoccupazioni riguardanti la possibilità che, uscito il TTIP dalla porta dell’Unione, il CETA sia – di fatto – in grado di farlo rientrare dalla finestra, soprattutto in ragione della grande quantità di imprese statunitensi aventi sussidiarie in Canada, che potrebbero così bypassare la mancata firma del TTIP.

(Isabella Querci, via thezeppelin.org cc-by-nc-nd)

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