L’accordo con il Canada ha tirato fuori il meglio e il peggio dell’Ue

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[Di Francesca Spinelli, giornalista e traduttrice] – Nel luglio del 2015 a Bruxelles ho conosciuto Denise Gagnon, energica e loquace rappresentante del Réseau québécois sur l’intégration continentale (Rqic). Denise aveva attraversato l’oceano per partecipare a un incontro sulla campagna internazionale contro i due accordi di libero scambio che l’Unione europea stava negoziando, il primo con il Canada (l’ormai celebre Ceta, Accordo economico e commerciale globale), il secondo con gli Stati Uniti (il Ttip, Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti).

Era una di quelle impegnative giornate estive belghe, quando di estivo c’è solo il mese sul calendario e tocca mettere la giacca per uscire a prendere una boccata d’aria. Denise mi aveva spiegato che il Canada e l’Unione europea avevano già raggiunto l’intesa sul contenuto dell’accordo. Era cominciata la fase dell’esame giuridico, che sarebbe durata oltre un anno.

L’Rqic, e così tutti i gruppi e le associazioni canadesi contrari al Ceta, speravano che il risultato delle elezioni politiche del 19 ottobre 2015 potesse rimettere in discussione il trattato, voluto dal governo conservatore di Stephen Harper e accusato di anteporre gli interessi delle multinazionali ai diritti dei consumatori e dei lavoratori e alla tutela dell’ambiente.

Il potere di otto parlamenti

La vittoria dei liberali guidati da Justin Trudeau non ha portato al ripensamento sperato. In Canada la campagna contro il Ceta è andata avanti, ma con gli occhi puntati sull’altra sponda dell’Atlantico: ormai solo gli europei avevano il potere di modificare o bloccare il trattato.

Un anno dopo la mia chiacchierata con Denise, nel luglio del 2016, la Commissione ha accolto la richiesta di alcuni stati membri, dichiarando che il Ceta era un accordo misto (comprende cioè disposizioni di competenza europea e nazionale).

Per entrare in vigore, dopo il via libera dei governi degli stati membri e la firma ufficiale tra l’Unione europea e il partner commerciale, un accordo misto deve essere approvato non solo dal parlamento europeo ma anche dai parlamenti di tutti e ventotto gli stati membri. La Commissione può tuttavia decidere l’applicazione provvisoria dell’accordo, nelle parti di competenza europea, subito dopo l’approvazione del parlamento europeo, nell’attesa che si pronuncino gli altri parlamenti. C’è un unico stato membro che chiede ai suoi deputati di pronunciarsi sugli accordi misti prima della firma ufficiale: il Belgio, che di parlamenti ne ha otto.

La Commissione sapeva che il Ceta, senza modifiche sostanziali, rischiava di non essere approvato dal parlamento vallone, e quindi neanche dal Belgio

Dall’inizio dei negoziati sul Ceta, nel 2009, ong, sindacati, associazioni di categoria, esponenti di parlamenti nazionali ed eurodeputati si sono interessati al trattato, hanno analizzato i documenti disponibili, hanno espresso perplessità, in particolare sul meccanismo di risoluzione delle controversie tra aziende e stati, che favorirebbe gli interessi delle aziende attraverso la creazione di tribunali speciali. È stata lanciata una petizione contro il Ttip e il Ceta che ha raccolto più di tre milioni di firme.

Anche i deputati del parlamento vallone hanno fatto il loro lavoro: hanno studiato il testo, organizzato audizioni di esperti, segnalato alla Commissione europea i punti che non li convincevano, e questo già a ottobre del 2015. La Commissione sapeva benissimo che il Ceta, senza modifiche sostanziali, rischiava di non essere approvato dal parlamento vallone, e quindi neanche dal Belgio, ma ha preferito tirare dritto, convinta che una regione non avrebbe mai osato compromettere la firma di un accordo europeo.

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Brusco risveglio dell’informazione
Poi, all’inizio di ottobre, dopo una lunga indifferenza, i mezzi d’informazione europei hanno improvvisamente scoperto il Ceta, la sua importanza, la sua firma imminente e “l’irresponsabile determinazione” con cui la regione Vallonia minacciava di far saltare anni di negoziati, compromettendo le relazioni con il Canada e condannando l’Unione europea a un “inarrestabile declino commerciale”.

Le cose non sono andate così, e la Commissione lo sapeva benissimo, ma ha preferito alimentare la sorpresa e l’indignazione, moltiplicando gli ultimatum al Belgio e le mezze concessioni senza nessun valore giuridico nella speranza che la situazione si sbloccasse in tempo per la visita di Justin Trudeau a Bruxelles, il 27 ottobre.

Il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, ha formulato una tetra profezia: “Il Ceta potrebbe essere l’ultimo accordo commerciale” negoziato dall’Unione europea. Il governo federale belga, guidato da una coalizione di centrodestra a maggioranza fiamminga, si è detto preoccupato dalla “radicalizzazione” delle posizioni valloni.

L’Unione europea è ostaggio di un pugno di parlamentari esaltati che rappresentano meno dell’1 per cento della popolazione europea: ecco come è stata presentata la situazione.

Da qualche giorno comincia a farsi avanti un’altra analisi. Sempre più commentatori denunciano la malafede delle istituzioni europee, che da un lato auspicano una maggiore partecipazione democratica dei cittadini alle decisioni dell’Unione e dall’altro non accettano che questi stessi cittadini esercitino il loro diritto di sorveglianza democratica.

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Foto Dennis Licht cc-by-nc-nd,
Stuart Chalmers cc-by-nc

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