Lo scontro Est-Ovest si gestisce in Siria

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All’inizio di ottobre, l’amministrazione americana ha sospeso la sua iniziativa di cessazione delle ostilità in Siria, concordata con la Russia fra luglio e settembre. Ha quindi anche ritirato la proposta di costituire coi russi un “Joint Implementation Group” per gestire insieme le operazioni belliche e favorire l’avvio di una transizione politica.

La fragilità dell’accordo Usa-Russia, messa in luce da diversi commentatori, si è perciò palesata nei fatti. In particolare, è chiaro che Damasco e Mosca non intendono accedere a nessuna cessazione delle ostilità prima di aver spostato l’equilibrio sul terreno con la conquista di Aleppo. L’amministrazione ha studiato qualche replica armata, ma poi – in vista della corrente transizione elettorale – ha preferito fare semplicemente un passo indietro.

La reazione spropositata della Russia

In questa situazione l’elemento nuovo è la spropositata reazione di Mosca alla decisione americana. Putin ha immediatamente replicato emettendo un decreto presidenziale che cancella l’accordo sul riciclaggio del plutonio ad uso militare stipulato con gli Usa nel 2000 nonché l’accordo di cooperazione nel campo della ricerca, in essere fra i settori nucleari dei due Paesi.

È da un pezzo che Mosca sta smantellando il sistema di sicurezza strategica costituito fra l’Atlantico e gli Urali durante la guerra fredda. Questo nuovo contributo non è di per sé il più inquietante, ma sono inquietanti le dichiarazioni e gli atti che lo hanno accompagnato.

Putin ha pubblicamente spiegato la decisione di cancellazione degli accordi con “l’emergere di una minaccia alla stabilità strategica a seguito di non amichevoli azioni verso la Russia da parte degli Stati Uniti”.

Il testo del decreto presentato per la conversione alla nuova Duma stabilisce come condizioni per l’eventuale ripresa degli accordi cancellati da Mosca che nei Paesi che aderirono alla Nato nel 2000 gli Stati Uniti riportino la loro presenza militare ai livelli precedenti, che gli Usa ritirino il Magnitsky Act e l’Ukraine Freedom Support Act, che annullino tutte le sanzioni alla Russia e che la compensino per i danni inflitti alla sua economia, inclusi quelli subiti per le contro-sanzioni russe a quelle americane. Una sorta di Trattato di Versailles preventivo.

La iper-reazione “globale” della Russia rivela che l’obiettivo di ripristinare un condominio di potenza con gli Stati Uniti è stato il motivo più rilevante del suo intervento in Siria, più del suo rafforzamento nella regione e della minaccia transnazionale jihadista.

In questo senso la rottura dell’accordo da parte degli Usa è stato un fallimento per la Russia, che non è riuscita a riplasmare il suo ruolo globale. Tuttavia, è anche vero che gli Stati Uniti, nel ritirarsi dall’accordo, hanno dovuto prendere atto che la Russia ha un potere di interdizione sulla loro politica estera.

Questo è un fallimento degli Usa che modera l’insuccesso della Russia e lascia una grossa spina nel fianco di Washington, riflettendo l’andamento generale delle relazioni russo-occidentali di questi ultimi anni.

Russia potenza globale o regionale?

Questi sviluppi suggeriscono due osservazioni. Una è che la crisi siriana è diventata una crisi legata a doppio filo al rapporto fra Stati Uniti e Russia, di quelle che durante la guerra fredda venivano caratterizzate dal loro potenziale di “escalation” orizzontale.

L’altra è conseguenza della prima: la crisi siriana e quella più ampia del Medio Oriente hanno una dimensione globale che però deve ancora essere chiarita e ridefinita (1) alla luce degli sviluppi di questi ultimi anni. E la prima domanda da porsi è quale sia il ruolo reale della Russia.

È vero che è difficile definire la Russia una superpotenza globale, ma certamente la definizione di Obama della Russia come potenza regionale non collima con la realtà.

D’altra parte, è vero che il mondo è dominato da una tendenza al multipolarismo che rende impensabile un ritorno al bipolarismo della guerra fredda, ma i poli hanno pesi assai diversi e alcuni, come la Russia, pur non essendo superpotenze economiche al livello degli Usa, hanno attributi militari e nucleari che interdicono la libertà di movimento degli altri, in particolare degli Usa.

Regolare il disordine multilaterale?

Il mondo multilaterale vagheggiato da Obama (per il quale in verità non ha preso alcuna iniziativa concreta) nella sua mente era più diretto a scaricare gli Usa come polizia del mondo che non a stabilire un nuovo equilibrio politico effettivo nel sistema internazionale. L’evanescenza della struttura globale del mondo attuale e le sue intrinseche asimmetrie suggeriscono invece che stabilire questo equilibrio è necessario e prioritario.

Per cominciare va restaurato il sistema di sicurezza globale che nell’euforia della fine della guerra fredda è stato dato per scontato e si è invece assai degradato, a cominciare dalla sua comprensione intellettuale.

Come abbiamo detto, Putin ha fatto non poco per deteriorarlo e l’uso improprio che ha fatto del concetto di “stabilità strategica” nel suo decreto ben lo attesta.

La stabilità strategica è la rimozione degli incentivi ad un primo colpo nucleare. Non è una generica ferita alle percezioni di sicurezza e prestigio dell’avversario (a meno di non pensare che una ferita del genere possa costituire per Putin un incentivo a vibrare un primo colpo nucleare: speriamo di no!). Come tutti gli impianti che invecchiano, il sistema può improvvisamente cedere. Ciò richiede uno sforzo diplomatico verso il governo russo ma anche l’insieme della sua società.

Potremmo far mostra di più coerenza

In generale c’è un’incoerenza strutturale nel rapporto con la Russia che richiede massima attenzione: una difficile diplomazia che deve dare soddisfazione alla Russia e alle sue percezioni di sicurezza onde impedire che il suo nazionalismo pericolosamente trascenda, ma, al tempo stesso, fare sì che queste soddisfazioni siamo edificanti – in senso democratico – e non vadano a rafforzare il partito favorevole allo scontro.

C’è molto lavoro da fare in Europa, in Ucraina e nel Baltico, ma la crisi siriana è ugualmente parte di questo stesso cimento. In Siria è necessario riprendere la strada della collaborazione Usa-Russia.

Perché questa collaborazione non naufraghi di nuovo, gli Usa dovranno chiarire i propri obiettivi. La politica attuale degli Stati Uniti è basata su alleanze opportunistiche loro proprie (i curdi siriani) e dei loro protetti (talché a un gruppo salafita come Jabhat al-Islam accade di essere un membro prominente della High Negotiang Commission).

Questo non serve né a sbalzare di sella Assad né a permettere una transizione politica nella quale Assad e la sua cerchia possano avere un ruolo, cioè non porta a alcuna soluzione. La ripresa di un dialogo richiede maggiore chiarezza da parte degli Usa. Naturalmente, per fare chiarezza nella poltiglia di alleanze e coalizioni che caratterizza oggi la Siria ci vuole tempo. Questa transizione va regolata e contemplata dal nuovo accordo.

Come che sia, in attesa del nuovo presidente americano, tutto è in mente Dei, ma la diplomazia, anche europea, può cominciare a muoversi anche da subito.

(1) Paolo Calzini “Il nuovo ruolo della Russia”,
Il Mulino, n. 4, 2016, pp. 676-683.

(Roberto Aliboni, via Affarinternazionali.it)

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Foto mfarussia cc-by-nc-sa: il segretario di Stato Usa John Kerry e il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov

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