Ucraina, la frontiera contesa – Reportage

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[Roberto Travan, La Stampa] – «É possibile sconfiggere un esercito, non un popolo. Per questo motivo la Russia non potrà mai batterci». Armen è certo che l’Ucraina si riprenderà Donetsk e Lugansk, città conquistate due anni fa dai separatisti filorussi. E forse anche la Crimea occupata dagli indipendentisti con l’appoggio militare di Mosca. Perché la Guerra del Donbass – fino ad ora costata diecimila morti e quasi due milioni di sfollati – non è finita, ma continua – silenziosa e ignorata – a mietere vittime, da una parte e dall’altra. Il conflitto è scoppiato all’indomani dalla rivoluzione che a Kiev spodestò nel 2014 il premier Viktor Yanukovich, accusato di essere troppo vicino a Putin e lontano dal sogno europeo degli ucraini. Nella rivolta un centinaio di manifestanti venne ucciso dai cecchini, ma alla fine vinse Maidan – la piazza -, la voglia di avvicinarsi all’Europa e prendere il largo dalla Russia. Armen non è un volontario. «Sono un patriota» afferma, anche se le origini della sua famiglia sono armene. Con il figlio raccoglie aiuti da inviare nel Donbass. Il suo magazzino, a Yahotyn, centocinquanta chilometri a est da Kiev, è una tappa obbligata per i convogli diretti al fronte. «In media ne passano centoventi al mese» spiega.

Partono dalla capitale carichi fino all’inverosimile. «Portiamo viveri, medicinali, vestiario» racconta Natalia Prilutskaya, due figli, il cognato caduto in combattimento all’inizio del conflitto. Gli aiuti arrivano da tutto il mondo grazie alla catena di solidarietà che parte dal Canada e attraversa la Germania, la Spagna, la Francia. Anche l’Italia, dove vive una numerosa comunità di ucraini. «Questa volta abbiamo raccolto confezioni di antidolorifici e coperte per l’inverno» spiega il torinese Mauro Voerzio, responsabile dell’edizione italiana di Stopfake.org, sito Internet che si occupa di smascherare la propaganda russa contro l’Ucraina.

I pacchi giungono a Kiev alla spicciolata, vengono smistati dai volontari sulle «maršrutke», furgoncini che percorreranno quasi mille chilometri per giungere a destinazione. In prima linea c’è bisogno di qualsiasi cosa. Yuri Moskalenko sul suo Volkswagen ha caricato barattoli di «salo» (grasso di maiale salato molto nutriente, buono, dicono, anche per ingrassare i cingoli) e casse piene di silenziatori per kalashnikov. Li ha fabbricati nella sua piccola officina: «Sono pezzi di precisione: attutiscono il rumore e riducono la fiammata dei mitragliatori». Al suo fianco, a dargli il cambio alla guida, c’è Yulia Zubrova con la sua inseparabile chitarra. Yulia ha scritto canti patriottici che intona ovunque: nelle trincee fangose, negli scantinati trasformati in rifugi, negli ospedali tra i feriti, strappando applausi e buon umore.

Il convoglio viaggia ininterrottamente per undici ore. Poi compaiono i posti di blocco che segnano l’ingresso nella zona Ato, il Donbass tenuto sotto scacco dai terroristi. I mezzi rallentano, si aprono i finestrini: «Slava Ucraina!», «Gloria all’Ucraina!» scandiscono gli autisti. Le canne dei mitra si abbassano, sui visi dei soldati sfatti dalla stanchezza compare un sorriso. «Gheroyam slava!»: «Gloria agli eroi!» rispondono facendo cenno di proseguire. Si riparte veloci schivando le buche delle esplosioni, carcasse d’auto arrugginite, le schegge taglienti degli shrapnel abbandonate sull’asfalto. Si teme di finire fuori strada, sulle mine disseminate nei campi abbandonati che si perdono all’orizzonte. A Lughanska cibo e medicine sono distribuiti al 93° battaglione. I soldati vivono nell’interno, buio e annerito, di un capannone sventrato da un razzo Grad. Usano specchi per non farsi sorprendere alle spalle.

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Sulle alture vicine a Stachanov, di fronte a Debaltseve – città strappata lo scorso anno agli ucraini nella battaglia che costò la vita a quasi duemila uomini – gli aiuti vengono trasbordati su un cingolato. Il mezzo attraversa villaggi abbandonati, le case trasformate in ricoveri per riprendersi dalla fatica della prima linea. C’è fango ovunque, anche nei bivacchi appena intiepiditi dalle stufe. I militari consolidano le posizioni, scavano nuove trincee, spaccano legna perché la neve, il freddo e i nemici premono, sono alle porte. Bastion è l’ultimo caposaldo ucraino sull’autostrada alle porte di Donetsk. Si dorme in mezzo ai topi e all’umidità nei rifugi scavati tra i resti di un cavalcavia sbrecciato dalle esplosioni. L’aeroporto, distante poche centinaia di metri, di notte è rischiarato dalle fotoelettriche e dal bagliore intermittente dell’artiglieria: i colpi, sparati da entrambe le parti, rimbombano fino all’alba, il paesaggio è surreale.

La guerra alla periferia di Donetsk va avanti ininterrottamente da oltre due anni. A nulla sono valsi gli accordi di Minsk per il cessate il fuoco, perché i mortai non hanno mai cessato di sparare. Lo confermano gli osservatori Osce quotidianamente impegnati a contare esplosioni, intuire calibri, registrare morti e feriti. Una contabilità per difetto, ovviamente, perché difficile da completare.

A Shakta Butovka il conflitto si respira tra le lamiere contorte e arrugginite della centrale elettrica: è odore acre di plastica bruciata e nafta quello che ristagna tra le macerie. I soldati vivono incollati alle pareti in cemento ancora in piedi, come cimici in cerca di salvezza. Qui combatte Igor, giovane volontario che ha lasciato la famiglia a San Pietroburgo per arruolarsi con Kiev. «La Russia ha aggredito un Paese fratello: non avevo altra scelta, mi sono schierato al fianco dell’Ucraina» spiega. Non è l’unico russo ad aver fatto questo passo. «Siamo in molti: la guerra sarà lunga – aggiunge – perché è stato un errore accordarsi con i terroristi».

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C’è anche Vidadi Israfilov. Lui però è azero e, ironia della sorte, ringrazia gli aiuti ricevuti da Armen, patriota originario dell’Armenia, nazione da venticinque anni in guerra con l’Azerbaigian per il possesso del Nagorno-Karabakh. «Tra noi non esiste alcuna differenza di partito, ideologia o credo religioso – sostiene Marina Danilova, animatrice del gruppo «Pomaigitie Armja», «Aiutiamo l’esercito» – perché tutti difendiamo il nostro Paese, fianco a fianco, uniti, senza alcuna distinzione, militari e civili. Ognuno dà quello che può: questo è lo spirito di Maidan». I filorussi continuano ad accusare l’Ucraina di essere nazista. E puntano il dito contro i battaglioni Azov e Pravj Sektor, che usano simboli simili alla svastica germanica e simpatizzano apertamente per l’estrema destra. Come molti separatisti, del resto, e tra loro anche alcuni mercenari italiani.

Ad Avdiivka, i colpi di artiglieria hanno sventrato alcuni palazzi in periferia. I calibri dei separatisti hanno però risparmiato il complesso industriale nella parte occidentale della città. Nessun errore, nessun miracolo: appartiene a un oligarca che vive nella Repubblica di Donetsk. La scuola numero Sette, invece, è oltre l’ultimo checkpoint della cittadina. C’è il sole, ma le aule esposte ad Est, verso il fronte, sono buie perché alle finestre sono state inchiodate spesse assi di legno e sui davanzali sono stati appoggiati sacchi di sabbia. Proteggono allievi e insegnanti dai combattimenti che infuriano a poche centinaia di metri, in pieno giorno. «Non è facile ma è doveroso riconquistare un po’ di normalità» sostiene Kostyantyn Byalik. La sua città, Slovyansk, un anno fa era cupa come il ricordo – e i lutti – dei tre mesi di occupazione filorussa. Oggi nella piazza principale non troneggia più la gigantesca statua brunita di Lenin: è stata abbattuta per celebrare la riconquista della città. Sventolano, ovunque, le bandiere giallo-blu dell’Ucraina, e nuovi locali ravvivano il centro. Sopravvivono, invece, le lunghe code ai bancomat che distribuiscono al massimo l’equivalente di quindici euro al giorno e restano a secco già a mezzogiorno: perché l’inflazione continua a correre e chi può fa incetta di denaro.

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Foto: Regione di Lugansk, Donbass, settembre 2016

OSCE/Evgeniy Maloletka cc-by-nc-nd

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