Come abbiamo smesso di sognare gli Stati Uniti d’Europa

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La retorica del neo-populismo odierno è nutrita sempre da più da un rifiuto della globalizzazione finanziaria e dei suoi effetti distributivi e riporta in voga termini come protezionismo, isolazionismo, piccole patrie ed altri, che sembravano definitivamente archiviati con il debutto del nuovo millennio della “fine della storia”. In Europa l’obiettivo è duplice: UE ed Euro. Su queste due istituzioni, certo collegate ma da non sovrapporre, si combatte la scontro tra difese strenue ed agguerrite invettive. Qui ci si vuole concentrare sul tema ricorrente della “taglia”. Si ricorda sempre come in un mondo costantemente interconnesso e compiutamente globalizzato sia impossibile “contare qualcosa” a livello internazionale se non si è parte di un sistema federale di paesi o al limite di un “Impero” (Russia, Cina, USA?). I problemi delle nostre società sono sempre più complessi e di portata transnazionale, tanto che è impossibile pensare di poterli affrontare in solitaria.

Il discorso fila. In linea teorica è del tutto condivisibile. Ma val la pena tentare di calarlo nella realtà dell’Europa di oggi.

Lontana dall’essere quel Super-stato federale che molti auspicano, l’Unione difficilmente è riuscita nella sua breve storia ad esprimere una posizione unitaria in politica estera: dai rapporti con l’Est, ai trattati di libero scambio (CETA, TTIP), passando dalle migrazioni e dalle guerre (Balcani, Afghanistan, Iraq, Libia, Siria, etc. …). Gli attuali squilibri interni, inoltre, sembrano polarizzare ancor di più le posizioni dei paesi membri, tanto che da ultimi gli stessi Valls e Juncker hanno ammesso l’impossibilità di raggiungere il famoso sogno degli “Stati Uniti d’Europa”.

Così come si fa della flessibilità un fattore tanto importante quando si parla dell’adattabilità di una società al cambiamento, allo stesso modo semplificare e rendere più flessibile l’Unione potrebbe farla un’istituzione più efficiente. A tal proposito si fa spesso l’esempio della Corea del Sud. Seul infatti si trova tra il Giappone dell’innovazione tecnologica, la gigantesca potenza Cinese e gli odiati fratelli “comunisti” al confine Nord, ed è uno dei paesi che ha le migliori prospettive di crescita a livello mondiale secondo le previsioni del FMI.

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I paesi che decidono di legarsi insieme in un qualche tipo di partenariato stabile, dovrebbero farlo per allargare ed accrescere il loro mercato interno in modo da essere meno fragili nei confronti di shock esterni. Ma stando alla stretta logica economica questo non sembra essere il caso dell’Unione Monetaria Europea, caratterizzata da economie profondamente diverse che unite sotto un’unica moneta competono tra di loro a colpi di deflazione e surplus commerciali come ci ricorda il caso tedesco. Niente di più lontano dalla cooperazione per lo sviluppo di un mercato intero all’altezza delle sfide di un mondo in cui la circolazione dei capitali ha perso ogni tipo di regolamentazione.

Il contesto che scaturisce dalla Brexit, dai “salvataggi” della Grecia, dai toni nazionalisti dei leader polacchi e ungheresi ci fornisce un quadro ancor più disilluso e ci obbliga a pensare ad un “passo indietro” non per forza con accezione negativa. Al perseguimento impossibile di un’unità europea bloccata dagli interessi divergenti dei vari paesi, andrebbe sostituito lo sviluppo di relazioni diplomatiche solide, aperte e senza restrizioni di sorta, accordi e intese politiche e commerciali volti a calmare le acque nel Medio Oriente e nelle zone d’influenza della Federazione Russa.

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I leader del Gruppo di Visegrad con Angela Merkel,  agosto 2016

Il rilancio europeo deve quindi ripartire dal “come” stare nel mondo. Dalla dimensione storica e culturale (data dalla posizione geografica), che naturalmente favorisce i rapporti con il Mediterraneo Arabo e con l’Europa ortodossa a cui per ragioni diverse abbiamo voltato le spalle (comunismo, decolonizzazione) e verso cui oggi stiamo accumulando troppe tensioni. Dalla prassi politica, da un protagonismo umile ma autorevole può svilupparsi una qualche forma reale di “unità nella differenza”, non dalla carta di direttive incomprensibili e parametri anacronistici.

L’alternativa ad una maggiore unità europea non deve necessariamente essere un isolazionismo, che anche se propagandato è nei fatti difficilmente realizzabile. Sarà forse con un Unione più snella e più autonoma, che si avranno maggiori opportunità di contare ancora qualcosa nella grande concorrenza mondializzata?

Una risposta affermativa richiede una gran dose di fiducia nella politica europea proprio nel momento in cui dimostra tutta la sua inadeguatezza e incapacità di leadership. La storia insegna che le più longeve federazioni e confederazioni d’Europa (Belgio e Svizzera in primis) si sviluppano per la necessità di difendersi da un nemico comune. Per questo, volendo ancora peccare di realismo, il montare della paura nei confronti della Russia può essere senz’altro visto come l’individuazione di quel nemico esterno adatto a cementificare l’Unione ancor più della minaccia troppo “volatile” del terrorismo islamico.

La strada più semplice porta quindi a fomentare la contrapposizione est-ovest come traspare dalle ennesime goffe dichiarazioni del presidente Hollande sulla (im)possibile messa in stato di accusa di Putin davanti alla Corte Penale Internazionale e dalla militarizzazione delle repubbliche baltiche. A questo proposito va ricordato un dettaglio non irrilevante: l’esercito europeo esiste già ed è ancora soltanto quello della NATO.

(Luca Scaglione, via Termometropolitico.it)

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Foto EUParliament cc-by-nc-nd
Foto EU Council cc-by-nc-sa
Foto Premier Polonia CC0

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