A che punto è il processo di integrazione europea?

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Da una parte c’è Bruxelles, che vorrebbe maggiore coesione tra gli Stati membri, da un’altra gli Stati che invece puntano i piedi rivendicando maggiore indipendenza e autonomia, da un’altra ancora Stati che, pur essendo politicamente “fuori” dall’Europa, non aspettano altro che l’Unione li accolga all’interno dello spazio comunitario.

È questa la fotografia delle politiche di integrazione attuate per il raggiungimento dell’obiettivo tanto desiderato dai padri fondatori, degli Stati uniti d’Europa.

Per capire meglio come si stanno muovendo i singoli Governi nazionali bisogna fare un “giro di ricognizione” per i cieli d’Europa, nel tentativo di “mappare” le posizioni di quelli che, o sono a tutti gli effetti Stati membri, o sono candidati – senza certezza – a far parte dell’Unione europea.

Cominciamo dalla Polonia.

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Varsavia, una manifestazione pro-UE (gennaio 2016)

Negli ultimi mesi, se non già da qualche anno, la Polonia è forse lo Stato che, per quanto riguarda le nazioni dell’ex orbita sovietica, ha più di altri messo in discussione l’integrazione politica promossa dall’Unione, nonostante abbia sempre considerato l’ingresso nell’Ue, un vero e proprio “salvagente”, per smarcarsi definitivamente dall’orbita russa, e per scongiurare il rientro nell’area di influenza della Csi (Comunità degli Stati indipendenti).

La Polonia, entrata in Europa nel 2004 con grandi benefici economici e sociali, ultimamente lancia segnali di continua insofferenza nei confronti di Bruxelles, tanto da far pensare che stia venendo meno a quei valori, come la democrazia o lo Stato di diritto che contraddistinguono l’Ue.

Non più di un anno fa il Governo di Varsavia, guidato dalla leader del partito nazionalista polacco “Diritto e Giustizia” Beata Szydlo, aveva drasticamente diminuito le libertà civili, tanto da andare ad intaccare lo stesso diritto di informazione, facendo promulgare al presidente Andrzej Duda una legge che permette all’Esecutivo di “interferire” con la nomina dei dirigenti di giornali e tv statali.

La Commissione europea, a causa di questa nuova legislazione, era intervenuta aprendo una procedura di infrazione nei confronti della Polonia, rea di aver compromesso il cosiddetto “rule-of-law”.

La Polonia è saltata all’onore – anche se di onorevole c’è ben poco – delle cronache anche per aver cavalcato le politiche anti-immigrati avanzate dal vicino Governo ungherese.

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Orban al tavolo del Bratislava Summit il 16 settembre 2016

L’Ungheria è il secondo Stato membro che, in qualche modo, si sta facendo riconoscere per la mancata collaborazione al progetto di “integrazione” politica europea, e si distingue per la scelta di innalzare muri che possano in qualche modo bloccare l’arrivo di ulteriori profughi e migranti così impossibilitati ad attraversare i confini europei attraverso i Balcani.

É in questa condizione di “insofferenza” che si stanno facendo largo i Paesi del “Gruppo di Visegrad” (Polonia e Ungheria, insieme a Slovacchia e Repubblica Ceca – che da qualche tempo ha cambiato nome in Cechia) che, sotto la leadership di Viktor Orbàn, hanno più volte manifestato l’intenzione di ridiscutere i Trattati fondativi e sul funzionamento dell’Unione, in modo da blindare la “sovranità” degli Stati nazionali.

Situazione diversa è quella che, contrariamente a quello che accade per alcuni Stati che fanno parte dell’Ue da ormai più di un decennio, coinvolge i Paesi della penisola balcanica.

Attualmente sono aperte le trattative tra la Commissione e il Consiglio europeo con i Governi di Macedonia, Islanda, Serbia, Montenegro, Albania e Turchia. Un’altra situazione, più complicata, è quella che vede coinvolta la Repubblica del Kosovo, al centro di una delicata Missione estera dell’Ue.

Se si esclude l’Islanda, che aveva formalmente fatto richiesta di adesione nel 2009 (diventando stato candidato nel 2010), la quale ha rinunciato momentaneamente all’avanzamento del processo, la situazione balcanica resta l’unico capitolo aperto a tutti gli effetti.

Serbia, Montenegro e Albania sono ufficialmente gli Stati che, compatibilmente con le posizioni dei singoli Governi, ancora stanno lavorando per “farsi accettare” dall’Europa.

La Macedonia invece, che da sempre è considerata terra di confine, e quindi dotata di ampi margini di manovra  (al netto di scandali e crisi politiche), è ferma alle posizioni del 2005, con ancora nessun capitolo aperto per il processo di avvicinamento e di integrazione.

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Situazione diametralmente opposta è quella del Montenegro che, con 24 capitoli aperti su 33, ha ingranato la marcia e con molta probabilità sarà il 28esimo (se si da per scontato che il processo iniziato con la Brexit volgerà al termine) Stato membro dell’Unione europea, anche se non ha nascosto la “paura” di perdere parte della sua autonomia, così difficilmente raggiunta nel 2006, e nonostante la situazione politica del Paese non sia promettente (il Foreign Office Usa l’ha etichettato come “Stato mafioso”).

Discorso simile, ma dalle prospettive temporali differenti, è quello della Serbia, che auspica un avvicendamento a Bruxelles anche per cercare di lasciarsi alle spalle il sanguinoso conflitto etnico che ha riguardato la Bosnia-Erzegovina.

Una nazione che ancora deve fare chiarezza circa il suo futuro è l’Albania che, oltre a qualche piccola e timida riforma, non riesce a muovere i primi passi verso un allineamento agli standard politici e sociali richiesti dalle istituzioni europee.

Differenti sono le prospettive che riguardano il Kosovo, l’Ucraina e la Turchia, Paesi al centro di crisi politiche internazionali molto diverse tra loro, che non possono garantire il proseguo delle procedure di adesione al progetto europeo in maniera limpida.

(Omar Porro, via thezeppelin.org cc-by-nc-nd)

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Foto EU Parliament cc-by-nc-nd
Foto Grzegorz Żukowski cc-by-nc
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