La lingua italiana non sta male come si pensa

La diffusione dell’inglese e i nuovi media saranno la causa della scomparsa dell’italiano? Forse non c’è ragione di essere così pessimisti. Un punto nella Settimana della lingua italiana nel mondo

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Le Cassandre ne annunciano da tempo la prossima scomparsa, per far spazio a quella versione semplificata dell’inglese che è diventata lingua dicomunicazione universale. Ma l’italiano continua a resistere, e forse le sue condizioni di salute non sono così drammatiche come spesso si sente dire. E se il globish continua a espandersi, non c’è comunque ragione per strapparsi i capelli e preconizzare una rapida scomparsa della nostra lingua.

In un certo senso, i custodi dell’italiano sono i 60 milioni di parlanti madrelingua e gli altri per i quali è una seconda lingua. Siamo abbastanza al sicuro da un’imminente scomparsa dell’italiano”, afferma Claudio Marazzini, linguista e presidente dell’Accademia della Crusca, che della tutela della nostra lingua fa la propria missione. “Tutte le lingue, naturalmente, possono estinguersi – continua Marazzini –, anche l’italiano, ma la nostra è protetta anche dalla sua lunga tradizione culturale e letteraria. L’italiano è una grande lingua di cultura e di questo gli italiani non sono sempre consapevoli.

Il fenomeno è noto: determinati settori – per esempio quello economico – sembrano progressivamente erodere l’ambito d’uso della lingua italiana, per aumentare quello in cui il protagonista è l’inglese. Il fenomeno si avverte particolarmente al di sopra della cosiddetta linea La Spezia-Rimini, che separa l’italiano del Nord da quello del Centro-Sud ed è molto accentuato nei principali centri economici:

Oggi Milano è tra i principali centri di innovazione linguistica, anche se vi si avverte a volte, purtroppo, una certa sfiducia nei riguardi della lingua italiana a favore dell’inglese”, nota Marazzini, che sottolinea anche come non sia opportuno accettare acriticamente ogni innovazione, per non appiattire e, quindi, impoverire la nostra lingua.

È il caso dell’uso scorretto di piuttosto che, diffusosi a partire proprio da quest’area, oppure dell’esplosione di anglicismi non sempre necessari o opportuni, contro i quali lo scorso anno è stata lanciata la campagna Dillo in italiano della pubblicitaria e giornalista Annamaria Testa.

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Un’occasione per riflettere sullo stato di salute dell’italiano è laSettimana della lingua italiana nel mondo, ideata dall’Accademia della Crusca e organizzata dal ministero degli Affari Esteri, che quest’anno si tiene tra il 17 e il 23 ottobre. Nel corso dell’intera settimana sarà possibilescaricare gratuitamente, in formato elettronico, il libro L’italiano e la creatività: marchi e costumi, moda e design, in seguito disponibile anche in cartaceo e a pagamento. Il volume, a cura di Paolo D’Achille e Giuseppe Patota, mette in luce il ruolo dell’italiano come ambasciatore dellacreatività nazionale in tutto il mondo e contribuisce a sfatare alcuni luoghi comuni. Lo stesso termine design, a ben vedere, non è soltanto un anglicismo, ma, in origine, un italianismo. Venne, infatti, coniato nel Seicento dall’architetto inglese Inigo Jones, a partire dalla parola italianadisegno. Anche per questa ragione appare perfettamente al suo posto in una pubblicazione che celebra la nostra lingua.

D’altra parte, se il buon senso suggerisce di adoperare una ragionevole misura, il tempo del rifiuto totale di prestiti e calchi da altre lingue sembra ormai passato. “La stessa Accademia della Crusca, che pure ha attraversato, nel corso della sua lunga storia, alcune fasi caratterizzate dal purismo, a partire dalla seconda metà del Novecento ha accentuato la disponibilità verso l’evoluzione della lingua”, sottolinea Marazzini. Un’evoluzione che passa anche attraverso la ragionevole accettazione diforestierismi, soprattutto quando questi vengono usati in specifici contesti, nei quali vengono sentiti ormai come insostituibili. Sta al buon senso del parlante valutare se, accanto a email o spoiler, sia il caso di accogliere forme che tendono ad apparire sgraziate o inutili, come lo slittamento semantico di applicare nel senso di iscriversi, come calco dall’inglese. In ogni caso, non c’è ragione di temere che un eccesso di forestierismi o le deformazioni della lingua nei nuovi media finiscano col fagocitare l’italiano. Valeria Della Valle che, insieme a Giovanni Adamo cura l’Osservatorio neologico della lingua italiana, nota come la percentuale di neologismi accolti nella nostra lingua non abbia subito variazioni o accelerate particolari.

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Anzi, i tanto stigmatizzati social network potrebbero avere un effetto positivo sulle competenze linguistiche, perché hanno di fatto aumentato il volume di scrittura prodotto ogni giorno. Certo, insieme a questo è cresciuto a dismisura anche il numero degli svarioni, ma – la pedagogia insegna – l’esercizio favorisce l’apprendimento.

Nel frattempo cresce anche sui social network la sensibilità verso l’errore grammaticale e il timore delle sue conseguenze sociali: difficile che l’apostrofo fuori luogo o la doppia sbagliata non vengano notati e stigmatizzati in tempo reale, purtroppo spesso oltrepassando i limiti dell’opportunità e della buona educazione. Ai tempi della comunicazionein differita e ad personam era molto più probabile che l’errore passasse inosservato o che la figuraccia restasse confinata in un ambito ristretto.

Positivi segnali di interesse vengono dal successo dei libri divulgativi che parlano di lingua e grammatica coniugando rigore e leggerezza (per esempio i tanti scritti dal duo Della Valle-Patota), molti dei quali sono diventati dei bestseller. Anche i numeri della lingua italiana nei social network dipingono una situazione di buon interesse verso le questioni grammaticali: l’account Twitter dell’Accademia della Crusca conta ormai più di 50mila seguaci e quasi 300mila fan ha raggiunto la pagina Facebook. Sicuramente contribuisce al successo lo stile comunicativo adottato dalle linguiste che li gestiscono (Vera Gheno e Stefania Iannizzotto), che hanno messo al bando cattedre e piedistalli e non rinunciano a un pizzico di humour nell’interazione con il pubblico, che segue numeroso. Il rimbalzare tra le bacheche dei social di una vignetta che gioca sull’ortografia di una parola potrà forse non essere molto, ma è un piccolo segnale che l’italiano ha ancora una lunga strada davanti a sé.

(Anna Rita Longo, via Wired.it cc-by-nc-nd)

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