Dario Fo, l’arma dello sghignazzo contro i pupazzi del potere

Era il re del teatro leggero italiano, il campione d’incassi. Si trasformò nel giullare col berretto a sonagli che faceva tremare le questure, i tribunali, la borghesia, il partito (comunista). Prima del 1968 Dario Fo è stato soltanto un comico che avrebbe voluto fare il pittore. Era smilzo, tutto naso e bocca. Faceva il piccolo cabotaggio macchiettistico ai microfoni della Rai, scriveva e interpretava i monologhi del Poer nano, e in una rivista che si intitolava Cocoricò lo si poteva vedere con Giustino Durano in passerella. Poi a loro si unì Franco Parenti e nel ’53 fecero Il dito nell’occhio e l’anno successivo Sani da legare. Erano riviste da camera in cui l’apporto mimico era fondamentale, non per nulla vi collaborò Jacques Lecocq.

Nel ’54 la svolta. Dario incontra Franca Rame, bionda e splendida discendente di comici raminghi. Se ne innamora subito, ma fa fatica a dichiararsi: Franca è troppo bella e troppo corteggiata, e alla fine è lei che deve prendere l’iniziativa con un bacio. La sposa in chiesa e con lei forma una coppia artistica che riempie i teatri borghesi, prima con quelle farse riprese dal vecchio repertorio ottocentesco rinnovate però da una straordinaria inventiva mimica, poi con le commedie, sette, una l’anno o quasi. È un teatro dai toni clowneschi e di immaginarie torte in faccia: Non tutti i ladri vengono per nuocere, Gli arcangeli giocano a flipper, Aveva due pistole con gli occhi bianchi e neri, Chi ruba un piede è fortunato in amore, Isabella, tre caravelle e un cacciaballe, Settimo: ruba un po’ meno. Lei fa la svampita, lui è l’istrione un po’ circense che, oltre a scrivere i testi, disegna le scene e i costumi. Il conto in banca cresce con le risate delle platee, ma in quelle risate vibra una specie di campanello d’allarme.

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Forse Dario sente che c’è un equivoco alla base di quel successo. Fa ridere la borghesia prendendola a schiaffoni e la borghesia lo ricambia con gli applausi. Ma quando, nella Canzonissima del ‘62, si mette a parlare di omicidi bianchi e di mafia, il meccanismo salta. Lo cacciano dalla televisione, i grandi teatri gli chiudono le porte e lui capisce di dover ricominciare. «Ero diventato l’alka seltzer della borghesia», spiegherà. Ed è così che tende l’orecchio ai boati della contestazione giovanile, ma soprattutto ascolta il rombo smorzato di un soffio che viene da lontano, dalla cultura popolare, dalle storie di piazza e di campo: cose che lui ha già trasformato in spettacolo nel ’66 con Ci ragiono e canto, ma che adesso lo invadono con forza irresistibile, lo obbligano a rispecchiarsi nelle voci del dissenso fino a farvi coincidere la propria natura di interprete-non-attore. Da qui la scelta del non-teatro, della balera, della casa del popolo, del palazzetto dello sport. Soprattutto di un edificio diroccato, la Palazzina Liberty di Milano, che di Dario e di Franca diventa la casa artistica. Lei, alla fine degli spettacoli, raccoglie denaro per pagare gli avvocati ai militanti in galera.

Dario comincia a costruire i suoi pupazzoni satirici. Gli escono come un’esplosione liberatrice della fantasia. Sono i pupazzi del Potere. Fo gli sfonda la pancia e ne cava re canuti, generali, capitalisti, prelati; vengono anche fuori lo Jesus dei giullari medievali, l’Ubriaco delle nozze di Cana, il Matto che si fa passare per magistrato e conduce un’allucinante inchiesta farsesca sul caso Pinelli e sull’attentato di piazza Fontana. Unifica testi remoti in una lingua padana vagamente quattrocentesca con lampi ruzantiani e nel ’69 ci dà il meraviglioso sproloquio di Mistero buffo, che reciterà, trasformandolo, per il resto della vita, mentre altri lo interpreteranno ovunque nel mondo, anche in Cina.

I suoi spettacoli sono tendenziosi e tumultuosi (Il Fanfani rapito, Storia di una tigre, La marijuana della mamma è sempre più bella) e provocano lo scontro: incursioni della polizia, sequestri e l’episodio più odioso e tremendo: Franca sequestrata dai neofascisti, violentata e seviziata. Un clima orrendo. Del 1983 è Coppia aperta quasi spalancata, enorme successo di pubblico: «Ora lo posso dire», confesserà nell’elogio funebre di Franca, nel 2013: «Quel testo è tutto opera sua». E intanto fioriscono le canzoni, spesso in collaborazione con Fiorenzo Carpi ed Enzo Jannacci, Ho visto un re, Prete Liprando, Vengo anch’io, no tu no. Nel ’91 nasce Johan Padan a la descoverta de le Americhe ed è un nuovo modo di stare in scena. Dario racconta sfogliando disegni.

L’ultima è del ’97, quando Dario riceve il Nobel per la letteratura. I letterati gridano allo scandalo: il Nobel a un giullare?, gemono. E il giullare incassa con orgoglio, devolve una parte dell’assegno agli handicappati, dopo di che mette un po’ in ombra la coccarda dell’attore e dipinge, scrive libri (La figlia del Papa, Razza di zingaro, Dario e Dio, Darwin) mentre riceve lauree honoris causa alla Sorbona di Parigi e alla Sapienza di Roma. Fa notare che prima di lui Roma ha concesso l’onorificenza a due soli teatranti: Pirandello e Eduardo. Sa di essere diventato un monumento e la cosa non gli dispiace: crede di aver creato l’ultima «opera dello sghignazzo» e l’ha scritta su sé stesso.

(Osvando Guerrieri + Egle Santolini, via La Stampa cc-by-nc-nd)

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Foto CC0
Foto matteopezzi cc-by-nc

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