Uno straniero in visita: riflessioni semi-serie – L’angolo di Michaela

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L’estate oramai è finita, le valigie rimesse nel ripostiglio in attesa delle prossime vacanze. È un momento un po’ difficile per tutti, s’intuisce l’arrivo dell’inverno (sì, perché ultimamente dall’estate si salta direttamente nel mezzo dell’inverno), la natura si prepara alla sua “piccola morte”, e noi siamo in qualche modo più melanconici e portati al pessimismo. Per distrarci un po’ da questo umore oggi vi porto delle riflessioni semi-serie sul tema: “Uno straniero in visita: che cosa gli preparo da mangiare?”, i ragionamenti nati quest’estate quando attendevo in visita una straniera di cui non conoscevo né abitudini né preferenze.

Se ci prepariamo a una visita gradita da parte di un ospite straniero – naturalmente in questo articolo mi riferisco a una visita privata, non a un incontro diplomatico – non nuoce fare alcuni ragionamenti che ci possono aiutare ad evitare che 1) si sviluppi una situazione imbarazzante,  2) l’ospite rimanga affamato, 3) l’ospite si senta male, 4) l’ospite scappi e non torni più a casa nostra.

Sicuramente vi è già capitato di aver assaggiato fuori casa – non importa se all’estero o nella casa dei vicini – qualcosa che il vostro palato o occhio non gradiva. Le reazioni possono essere varie: c’è chi finisce il piatto lo stesso facendo bel viso a cattivo gioco, e, se è fortunato, il suo apparato digerente non ne rimane offeso. C’è chi si limita ad assaggiare e in tal caso si salva abbastanza bene, e poi c’è chi si rifiuta, preferendo rendersi antipatico e maleducato piuttosto che mangiare qualcosa che non gli piace anche solo per l’apparenza o per l’idea.

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La cosa da tenere sempre in mente – e vale anche per il cibo – è che “Ogni scarrafon’ è bello a mammà soja”, come dice Pino Daniele (mi rincresce ma non riesco a ricordarmi un detto slovacco che sia ugualmente calzante; lo traduco con “Materinská láska je slepá“, ma è un’interpretazione piuttosto sciatta e riduttiva e difficilmente la potrei utilizzare nel senso figurativo come invece intendo, forse rende più l’idea “Čo je nám srdcu blízke, na tom nevidíme chybu“), e il nostro “scarrafone” del caso in ogni luogo sulla Terra ha (ovviamente) un aspetto completamente diverso e spesso sorprendente per noialtri:

“[…] Il verme del bosco è lungo e sottile; gl’indigeni, che ne sono ghiotti, hanno un tatto meraviglioso per sapere in qual parte dell’albero si può scoprire; allora ne lo traggono prontamente, e lo ingoiano con tanta delizia quanta ne proverebbe d’un’ostrica un gastronomo seduto a desinare alla Rupe di Cancale. […]“ tratto da: Oceania, o, Quinta parte del mondo: rivista geografica ed etnografica della Malesia, della Micronesia, della Polinesia, e della Melanesia sui resultati dei viaggi e delle scoperte dell’ autore e de’ suoi predecessori e colle nuove classificazioni e divisioni di quelle contrade, Giuseppe Antonelli Ed., 1843

E ancora:

“[…] Le cavallette fritte sono in Egitto un regalo gradito. (b) […] b) È sperabile che questa asserzione di Belzoni non passerà per un racconto di fate. Noi proviamo ripugnanza a credere che una specie di cavallette possa servir d’alimento agli Arabi ed agli Egiziani; e gli Arabi provano una egual ripugnanza a credere che noi mangiamo i granchi e ranocchi e gamberi e le chiocciole. In tutte le città dell’Arabia da Bab-el-man sino a Bassora, gli Arabi infilano le cavallette per portarle a vendere ai mercati come tra noi s’infilano i marroni. Strabone, Diodoro, Agatarchide, e Plinio fra gli antichi, e fra i moderni il giudizioso Nieuhoff assicurano concordemente, che gli orientali non solamente mangiano le cavallette, ma le mangiano con piacere.” tratto da: Antologia; giornale di scienze, lettere e arti, Volume 4, Gian Pietro Vieusseux, 1821

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Zuppa di fagioli, stinco affumicato e panna acida

Allora ecco qui alcuni punti da considerare:

Una persona che poco ha viaggiato e/o non ama assaggiare le cose strane, non potrà veramente apprezzare la “prelibatissima” carne cruda di narvalo offertagli dagli eschimesi, o le “gustosissime” cavallette fritte portate in dono da un egiziano, e neanche “tanto ricercati” vermi marini, se pur cotti al forno da mani esperte di un abitante di qualche isola sperduta del Pacifico. Pochi hanno il coraggio di sperimentare, di assaggiare le cose essenzialmente diverse da quelle simili alla cucina materna. Anche se vorreste offrire all’ospite il vostro piatto preferito, o il più ricercato/prelibato nel vostro paese, siate prudenti e tenete sempre in considerazione la provenienza dell’ospite e le abitudini alimentari del suo paese. Tornando a noi italo-slovacchi e slovacco-italiani, per evitare di scioccare un ospite – e parliamo sempre di persone che non hanno avuto esperienza con la nostra cucina – sarà meglio durante il primo incontro evitare di offrire:

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Cacciucco

1) cibi che possono APPARIRE “STRANI” a prima vista per il loro colore, odore o forma (e ricordiamoci che la parola “strano” deve essere visualizzata dalla prospettiva opposta, altrimenti ritorniamo al nostro “scarrafone” che a noi piace tanto ma non è detto che piaccia altrettanto anche agli altri): in Italia evitare il risotto o le tagliatelle al nero di seppia, crostacei e i molluschi non sgusciati, rane, chiocciole. In Slovacchia i dolci carichi di papavero (che dagli italiani viene spesso considerato un vero e proprio oppiaceo perciò temono ad assaggiarlo, e nello stesso tempo il sapore del papavero risulta particolare). In entrambi i paesi evitare i prodotti fatti con sangue: in Italia i salumi come sanguinaccio o biroldo; In Slovacchia scartare la salsiccia fatta con sangue (krvavnička) e la pappa del mendicante (žobrácka kaša). Se pur agli Slovacchi non risulta per niente strano, è da evitare di offrire assolutamente un piatto dolce come seconda portata (la pasta con papavero-noci-marmellata-ricotta, makové-orechové-lekvárové-tvarohové slíže, la torta dolce di riso ryžový nákyp, la torta fatta con dei panini ammollati nel latte, žemľovka, „gnocchi“ dolci ripieni con prugne, slivkové gule, tortelli dolci ripieni con marmellata lekvárové pirohy, le crèpes palacinky): ci sono solo pochissime zone in Italia che riportano un dolce come piatto principale, per la maggior parte degli italiani un piatto dolce equivale al dessert, cioè al fine pasto.

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2) cose che possono URTARE IL PALATO non abituato: radicchi amari o erbe amare (per gli Slovacchi il gusto amaro non è familiare e risulta spesso sgradito/immangiabile), abbondante olio extravergine d’oliva crudo (che al primo assaggio è davvero troppo particolare per essere compreso), parmigiano (sembra incredibile ma bisogna abituarsi al suo sapore), formaggi stagionati e “odorosi”, piatti piccantissimi come quelli calabresi, i dolci fatti con la farina di castagne; in Slovacchia il piatto nazionale di gnocchetti con formaggio bryndza, bryndzové halušky che risulta di sapore molto complesso, crauti crudi, zuppe particolari come quella di crauti o di fagioli con carne affumicata, le specialità di maiale come zampa in gelatina, huspenina.

3) cose di cui non è chiara la MATERIA PRIMA: in Italia da evitare la carne di cavallo e di asino; il formaggio “marcio” cioè formaggio-che-cammina [1] o la crema da esso ricavata è assolutamente da evitare! In entrambi i paesi evitare le carni meno consumate come pecora, capra, o la selvaggina.

Naturalmente, alla lista sopra aggiungete i cibi che tanti di noi evitano indipendentemente dalla provenienza, come le interiora, la trippa, i pesci con le lische, i conigli. (Perché il NO ai conigli, che fanno parte della tradizione sia italiana sia slovacca? Oggi in tante famiglie non mangiano il coniglio, perché è diventato un animale da compagnia… meglio non rischiare!).

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Gnocchi dolci con prugne

Ora proviamo fare un’analisi opposta: quali sono i piatti più “innocui” da offrire al nostro ospite straniero italiano/slovacco?

In Slovacchia: un buon brodo di carne o di gallina con la pastina e le verdure, mäsový alebo slepačí vývar s rezancami a zeleninou, come secondo pollo o tacchino ripieno (fritto) con le patate arrosto (plnené kuracie alebo morčacie prsia vyprážané, s opekanými zemiakmi), con l’insatata di verdure di stagione, miešaný šalát z čerstvej zeleniny.

In Italia: una crema di verdura o di pollo, zeleninová a alebo kuracia krémová polievka, come secondo un arrosto di vitello o di manzo con le patatine fritte o al forno e le verdure grigliate, pečené teľacie alebo hovädzie mäso s hranolkami alebo pečenými zemiakmi a grilovaná zelenina.

In entrambi i paesi: ottimi i taglieri con salumi e formaggi misti. Se ne avete la possibilità, potete fare una grigliata di carni miste e di verdure, è un modo molto informale per avvicinarsi all’ospite. Generalmente ben accetti sono i spezzatini, perkelt e goulash, guláš, se pur in Slovacchia tali piatti passano per dei piatti piuttosto poveri e non da festa (non conosco nessuno in Slovacchia che per lo spezzatino usi la carne di vitello!).  E il dolce? Non si sbaglia mai offrendo un gelato, ottima anche la piccola pasticceria per accompagnare il caffè (che tanti Slovacchi dopo il pasto non prendono, ma il dolce difficilmente lo rifiutano).

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Un vantaggio l’Italia ce l’ha comunque: potete sempre organizzare una „pizzata“!

Vi sembra che ci sia rimasto avvero poco da offrire, che la mia lista sia molto restrittiva? A parte il fatto che questo articolo non è e non voleva essere esaustivo, siate ragionevoli: parliamo solo del primo incontro, del primo pasto da trascorrere con il vostro ospite. Se accettate un sincero consiglio nato dall’esperienza personale, vi suggerisco – prima che arrivi il vostro ospite – di passare dal vostro ristorante/trattoria del cuore, studiare il menu e poi, per il primo pasto comune, portarvi il vostro ospite. In tal modo sarà libero di scegliere quello che più gradisce – con il vostro aiuto nella traduzione e descrizione dei piatti – e potrete capire i suoi gusti senza metterlo in difficoltà, facendo allo stesso tempo una bella figura. Getterete così anche le basi per un successivo incontro culinario casalingo, già sicuri delle preferenze del vostro ospite, e il giorno successivo magari potrete presentare fiduciosi e orgogliosi il vostro piatto regionale o nazionale, sicuri di non fare un passo falso.

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Un ultimissimo appunto: prima di mettersi ai fornelli/scegliere un ristorante specializzato in grigliate, verificate che l’ospite non sia vegetariano/vegano o che non pratichi una religione che gli vieta la consumazione di alcuni cibi/bevande. Buona fortuna, volevo dire Buon appetito!

(Michaela Šebőková Vannini  ―  vedi il suo blog CucinareScrivendo.com)

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[1] Detto anche “formaggio coi vermi”, tipico della Sardegna ma prodotto anche in altre regioni italiane, è un formaggio che anche tanti italiani non conoscono: cremoso e dal gusto deciso e piccante, viene prodotto in “collaborazione” con delle mosche casearie le cui larve mangiano l’interno della forma e trasformano il formaggio in una crema. La produzione e la commercializzazione di questa specialità storica sarda (ma non solo) è stata proibita dall’Europa per “la mancanza di norme igienico – sanitarie”, ma nel 2004 questo formaggio è stato inserito tra i Prodotti agroalimentari tradizionali italiani e la sua sopravvivenza così viene salvaguardata; naturalmente, tutto il processo di colonizzazione dalle mosche viene fatto in ambiente protetto e controllato. Il formaggio non si consuma “coi vermi”, bensì se ne ricava la crema da spalmare sul pane, dove i vermi vivi non sono presenti. Per approfondire: qui.


Foto Romi/CC0, Hans/CC0, M.Sebokova (3), obecturecka.skTesa/CC0, klinik CC0

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