Verso un esercito europeo. Quando essere una “potenza civile” non basta

Complici gli attentati terroristici che hanno colpito l’Occidente e le difficoltà geopolitiche delle regioni vicine al Continente, si sta facendo largo l’idea che sia giunto il momento di un’unione “militare” per difendere i confini e gli stessi cittadini europei. Siamo vicini o lontani dalla creazione di una politica militare e di difesa comune?

Se ne parla da decenni e doveva essere parte integrante di uno dei tre pilastri dell’Unione europea. Si tratta del famoso esercito comune, una sorta di “scatolone bellico” in grado di far convergere tutte le forze militari e di intelligence dei 27 Stati europei.

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Questa idea di unificare dal punto di vista militare il Vecchio continente risale addirittura agli anni Sessanta e Settanta quando spinta federalista europea era nettamente più forte rispetto ad ora.

Negli ultimi mesi, da più parti, si sente parlare di esercito unico, di Stato maggiore e di unificazione delle politiche nel settore degli approvvigionamenti militari e bellici.

Lo stesso presidente della Commissione Jean Claude Juncker non ha mai nascosto la sua idea e il suo desiderio di creare una forza di difesa comune, in modo da poter gestire in maniera puntuale le crisi che si trovano sia all’interno dell’Ue (ad esempio la gestione dei migranti ai confini meridionali del Continente) che all’esterno, come le varie missioni umanitarie – ma non solo – che al momento stanno tenendo occupate le forze armate di alcuni dei 27 Stati membri.

Se da un lato l’Alto rappresentante per la Politica estera e di difesa Federica Mogherini ha rispedito al mittente ogni proposta volta alla creazione di un “esercito europeo”, dall’altro ci sono Francia e Germania, appoggiate anche dalla timida Italia, che stanno solo aspettando il momento utile per avanzare una proposta concreta in questa direzione.

Che l’Europa, soprattutto in questo particolare periodo politico, voglia “slegarsi” in qualche modo dalla Nato è un dato di fatto che scaturisce più da motivazioni economiche che non da politiche di difesa.

L’Europa “filo americana” sembra essere stata incapace di dotarsi di un suo autonomo e indipendente sistema di un difesa che potesse garantire la sicurezza dei cittadini. Infatti, già dalla fine della Seconda guerra mondiale, l’embrionale Unione europea è stata sostanzialmente protetta dalle varie vicissitudini militari dalla Nato (e quindi dagli Stati Uniti), senza che mai ricoprisse un ruolo decisionale autonomo.

Con la caduta dell’Unione sovietica, che già dalla prima metà degli anni Ottanta aveva iniziato a sgretolarsi, e con l’ingresso di nuovi Stati membri (specialmente provenienti dall’area dell’ex Patto di Varsavia) gli Stati Uniti hanno visto “strappare” all’orbita russa alcune nazioni che, pur essendo ininfluenti dal punto di vista geopolitico, sono riuscite a far sentire più lontano l’”ex gigante sovietico” dagli interessi economici e commerciali di Washington.

L’instabilità geopolitica che caratterizza le regioni che si affacciano sul Mediterraneo (dalla presenza dell’Isis in Libia, alla guerra civile siriana, passando per le migliaia di migranti che perdono la vita nella traversata verso Italia e Grecia) dovrebbe imporre all’Unione europea l’adozione di un’unica strategia militare di difesa e sicurezza comune. È per questo motivo che una virata necessaria in questa direzione, potrebbe essere il punto di partenza per quella integrazione delle forze armate dei 27 Stati membri mai iniziata o forse nemmeno mai voluta.

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Da ieri, 6 ottobre, l’Europa può vantare un nuovo sistema di sicurezza delle frontiere. Uno speciale corpo di “guardia costiera“, gestito da Frontex, ha infatti iniziato a monitorare i flussi al confine tra Bulgaria e Turchia proprio per gestire il fenomeno migratorio. E chissà che questo non possa essere il primo tassello di un puzzle che, negli anni, potrebbe portare a una maggiore consapevolezza sulla reale necessità di avere un esercito europeo, o quantomeno una politica unitaria di difesa.

Oggi, in un mondo che grazie (o forse no) alla globalizzazione corre veloce, non è più pensabile che ogni Governo nazionale possa agire in maniera unilaterale senza avere una direzione e una logica comune sul reale senso della “sicurezza europea”.

(Omar Porro, via thezeppelin.org cc-by-nc-nd)

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