Perché il Nobel per la Pace è andato a Santos

Più che un riconoscimento, il premio di Oslo è un’investitura ben più pesante di quella in mano a molte organizzazioni internazionali. La scelta di Juan Manuel Santos non fa eccezione

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Il comitato norvegese per il Nobel fa passi chiari e netti. Fa scelte di totale natura geopolitica. In questo senso, per certi versi, dimostra più realpolitik del Consiglio di sicurezza dell’Onu. Alternando, per l’assegnazione del premio Nobel per la pace, personalità che fanno storcere il naso ma che dispongono di un potere concreto ed effettivo ad altre simboliche. Anche queste sfoggiano senza dubbio un potere, quello dell’esempio, dell’impegno o della sofferenza. Ma è un’influenza non direttamente politica, strategica e militare. Da Obama a Liu Xiaobo, per intenderci, dall’Opac a Malala Yousafzai e Kailash Satyarthi fino a Juan Manuel Santos, appena insignito del riconoscimento. Il Nobel per la Pace pesa.

Il 65enne presidente colombiano, in carica dal 2010, rientra perfettamente in questo identikit. È un economista, un politico, un giornalista, un rampollo di un’importante famiglia di Bogotà. È stato quello che ha ripreso i colloqui di pace con l’esercito marxista-leninista nel 2012 ma anche quello che, sotto il governo di Alvaro Uribe, ha sferrato all’organizzazione alcuni fra i peggiori colpi degli ultimi vent’anni.

Nello stesso tempo macchiandosi della responsabilità dei cosiddetti “falsos positivos“, incolpevoli contadini o simili ammazzati dall’esercito colombiano e fatti passare come guerriglieri Farc per ottenere “premi” e dimostrare risultati in battaglia.

Ha lavorato con César Gaviria, il presidente che ora tutti conoscono grazie al clamoroso successo di Narcos, la serie di Netflix che racconta l’ascesa e la fine del re dei narcotrafficanti Pablo Escobar. A proposito, anche quella storia sfiora la vicenda di Santos: il padre di Uribe, di cui Santos è stato appunto ministro della Difesa, il latifondista Alberto Uribe Sierra, fu ucciso il 14 giugno 1983. Secondo molti, come uno dei negoziatori dei dialoghi condotti a Cuba, non dal Fronte 47, uno dei più sanguinari delle Farc, ma proprio per un regolamento di conti nel mondo del narcotraffico e per la sua frequentazione col “patrón”.

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Santos alla firma dell’accordo di pace con le FARC il mese scorso

La scelta del comitato è dunque lineare, dimostra di muoversi sulla carne pulsante molto più di tante organizzazioni internazionali. E di sfidare anche, quando gli riesce e ad anni alterni, la retorica del bene che rischierebbe di neutralizzare del tutto la portata del premio. Ecco perché il Nobel per la Pace genera sempre una simile attesa: perché si cerca di capire dove arriverà lo schiaffo. In questo senso è ovviamente un Nobel anomalo (e non solo geograficamente, visto che è l’unico assegnato dalla Norvegia): più che premiare per il lavoro svolto o per l’impegno e le sofferenze subite, ingredienti ovviamente considerati, investe di responsabilità chi lo riceve. Proprio per questo le polemiche non sono mai mancate, da Henri Kissinger ad Arafat.

In questo caso ha un doppio valore, locale e globale. Da una parte impegna Santos, evidentemente scelto prima del referendum dello scorso 2 ottobre sul contenuto dell’accordo di pace con le Farc, ormai ridotte a organizzazioni di narcotrafficanti, a rivedere gli accordi bocciati dalla popolazione e soprattutto dall’astensione. Ma inchioda in fondo anche l’ex presidente Uribe (pur ex alleati i due si odiano), che non a caso negli ultimi giorni è tornato a sedersi al tavolo con l’attuale inquilino della casa del Nariño. I punti principali sono due: l’amnistia generalizzata per i capi delle Farc e l’individuazione dei bottini di guerra accumulati in mezzo secolo di lotte. Alla fine se ne uscirà.

“In un accordo di questa natura tracciare la linea divisoria fra giustizia e pace lascia scontenti in molti – ha spiegato pochissimi giorni fa Santos in un’intervista a El Pais – sono sicuro che la maggioranza dei colombiani avrebbero voluto più giustizia per i responsabili dei crimini di guerra e contro l’umanità. Tuttavia l’impegno con cui abbiamo approcciato ai negoziati è stato ottenere il massimo di giustizia nei termini in cui ci consentisse la pace. Per questo diciamo che l’intero processo di pace è imperfetto. Una giustizia perfetta non permette la pace”.

D’altra parte è una scelta dal valore globale. Manda un messaggio ai devastanti conflitti civili in corso, su tutti quello siriano. E racconta in fondo anche un’altra realtà: sarà difficile se non impossibile vedere certe personalità – penso a Edward Snowden, del quale si era molto chiacchierato nei mesi scorsi – premiate da un Nobel simile. Dal punto di vista dei cinque membri del comitato scandinavo sarebbe un riconoscimento sprecato.

(Simone Cosimi, via Wired.it cc-by-nc-nd)

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Foto Globovision cc-by-nc
Foto Presidencia Mexico cc-by

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