Tutto quello che c’è da sapere sul referendum costituzionale

Dubbi sulla riforma costituzionale, che gli italiani voteranno il prossimo 4 dicembre? Ecco un bigino per fugarli tutti (o quasi). (Di Giacomo Destro, Wired.it)

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Il prossimo 4 dicembre gli italiani (anche quelli residenti all’estero o temporaneamente in un paese straniero) saranno chiamati a esprimere il loro parere sulla riforma costituzionale Renzi-Boschi (tecnicamente è un referendum sulla legge di riforma costituzionale 2613-D). Si tratta della più profonda riforma alla nostra Carta costituzionale da quando essa è entrata in vigore, il 1° gennaio 1948.

La riforma Renzi-Boschi è già stata approvata da entrambe le Camere, ma per entrare in vigore deve essere sottoposta alla decisione degli elettori. A differenza dei referendum cui siamo maggiormente abituati, quelli abrogativi, un referendum costituzionale non ha quorum (basta che una persona vada a votare perché il referendum sia valido) e la risposta è diretta: chi è a favore vota “Sì“, chi è contrario alla riforma vota “No“. Nei referendum abrogativi, invece, la logica è inversa perché, appunto, si chiede se si vuole “cancellare” e non promulgare una legge. Inoltre, sebbene all’inizio si fosse ventilata un’ipotesi di scorporamento, agli elettori viene di chiesto di approvare o respingere la riforma nella sua totalità. Bisogna, dunque, capire tutti gli aspetti della riforma.

Il dibattito politico innescato dalla riforma è stato fortemente distorto, al punto che il referendum sembrava quasi un voto pro o contro l’attuale primo ministro Renzi. Non è così, perché una riforma costituzionale di questa portata affonda le radici in decenni di dibattiti, ma soprattutto avrà effetti molto importanti nei prossimi anni: se passa, infatti, l’assetto istituzionale italiano verrà profondamente modificato; se non passa, invece, saranno necessari diversi anni per riformulare una nuova proposta.

È quindi fondamentale conoscere bene i contenuti della riforma per valutare se essi siano nel complesso positivi o negativi. Pur riportandoli nel dettaglio, abbiamo cercato di semplificarli il più possibile – anche se la riforma stessa è a tratti estremamente complicata e molto tecnica.

Il superamento del bicameralismo perfetto e le leggi in tempi certi

In Italia, al momento, vige un sistema di bicameralismo perfetto, ovvero una legge per poter essere approvata deve essere votata nello stesso identico testo sia dalla Camera che dal Senato. Se al momento dell’approvazione una delle aule propone alcune modifiche, tali modifiche devono essere approvate anche dalla prima aula: se vi sono ulteriori modifiche, il procedimento riparte da capo. Questo meccanismo è la cosiddetta navetta parlamentare, che può portare a procedimenti di approvazione delle leggi piuttosto lunghi (ciascuna camera può modificare per un numero teoricamente illimitato di volte la proposta di legge).

La riforma Boschi-Renzi prevede il superamento del bicameralismo perfetto, attraverso un forte ridimensionamento del ruolo del Senato: per esempio, sarà solo la Camera a votare la fiducia al governo. Le altre modifiche alle competenze del Senato sono molto complicate, di seguito ne riportiamo le principali.

Il nuovo Senato (che cambierà anche come composizione, ne parliamo tra poco) avrà un ruolo molto limitato nel processo di approvazione delle leggi. Innanzitutto l’attuale bicameralismo verrà mantenuto per poche materie, quali le leggi che riguardano i rapporti tra Stato, Regioni ed enti pubblici, l’Unione europea, la Costituzione, i referendum, il bilancio e in generale la pubblica amministrazione.

In secondo luogo, il Senato potrà proporre alla Camera di legiferare su alcune materie, ma solo se a richiederlo sarà la maggioranza assoluta dei senatori.

Infine il Senato partecipa al nuovo procedimento legislativo, il cosiddetto bicameralismo imperfetto o procedimento monocamerale rafforzato. Su richiesta di un terzo dei senatori ed entro dieci giorni, il Senato potrà infatti proporre delle modifiche alle leggi in discussione alla Camera. Tali proposte di modifica possono essere successivamente approvate o respinte dalla Camera, senza però ulteriori passaggi (finisce dunque la navetta parlamentare).

Accanto a questa drastica riduzione dei poteri del Senato, la riforma introduce una innovazione sostanziale, il cosiddetto procedimento in tempi certi. Tale procedimento, infatti, regolerà con tempistiche precise i giorni a disposizione della Camera e del Senato per discutere una proposta di legge di iniziativa governativa, i decreti legge.

Se il governo ritiene che un decreto legge sia “essenziale per l’attuazione del programma di governo“, può chiedere alla Camera una via preferenziale per la sua discussione. La Camera ha 5 giorni per accettare o meno la richiesta, e se l’accetta ha 70 giorni (più, al massimo, altri 15) per votarlo in maniera definitiva, mentre il Senato ha solo 15 giorni per proporre modifiche. Il procedimento a tempi certi non può essere invocato per materie di competenza di entrambe le camere e i testi di legge su bilancio, ratifica dei trattati internazionali, elettorali, di amnistia e indulto.

I favorevoli alla riforma ritengono che grazie alla fine del bicameralismo perfetto il parlamento diverrebbe estremamente più efficiente nel promuovere le leggi, senza danni rilevanti alla democraticità del processo, ma accorciando in modo notevole i tempi parlamentari. Data la certezza dei tempi, il governo non avrebbe bisogno di porre costantemente la fiducia o di ricorrere ai decreti d’urgenza, pratiche entrambe nate come extrema ratio ma in realtà utilizzate come normale amministrazione, svuotando di fatto i poteri del Parlamento. Per certi versi, si tratterebbe quindi di riconoscere e normalizzare prassi ormai consolidate, ma non ancora ufficiali.

I contrari alla riforma ritengono, invece, che il nuovo procedimento provocherebbe tre principali problemi. Innanzitutto, fanno notare, non è il bicameralismo perfetto in sé il problema ma il contesto politico. In altre parole, se vi è la volontà politica e i numeri in Parlamento, già con il sistema attualmente in vigore si possono promuovere leggi in tempi brevi. In secondo luogo, il nuovo procedimento legislativo monocamerale rafforzato, se fosse messo in pratica, non comporterebbe una ma circa dieci tipologie diverse di procedimenti legislativi, con la inevitabile paralisi del lavoro parlamentare (qui per entrare più nel dettaglio di tutte le possibilità di procedimenti legislativi, qui la replica dei comitati per il sì).

La terza contestazione riguarda la legge elettorale. Quella attualmente in vigore, l’Italicum, dà alla lista di maggioranza relativa la maggioranza assoluta dei seggi alla Camera. Con un nuovo Senato con poteri così limitati, si dice, il governo controllerebbe totalmente l’unica aula con poteri effettivi, la Camera, e questo svuoterebbe de facto il potere dell’intero Parlamento. Infine, alcuni costituzionalisti sottolineano che le nuove competenze del Senato non sono perfettamente chiare, e questo potrebbe portare a numerosi conflitti tra Camera e Senato (la riforma afferma che tali conflitti sarebbero risolti dagli uffici di Presidenza di Camera e Senato).

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Il Senato dei cento

La radicale trasformazione del Senato non riguarda solo le sue funzioni. L’attuale Camera alta conta 315 senatori (eletti direttamente dagli aventi diritto con più di 25 anni) e 5 senatori a vita (nominati dal presidente della Repubblica più gli ex-presidenti che diventano senatori di diritto). Come scritto sopra, al momento il Senato ha funzioni quasi identiche alla Camera.

Con la nuova riforma il numero di senatori si abbassa a 100, più i senatori a vita attualmente nell’esercizio delle proprie funzioni (successivamente il presidente potrebbe nominare non più di cinque senatori per altissimi meriti in carica solo per sette anni e rimarrebbero solo gli ex-Presidenti come senatori a vita di diritto). Il nuovo Senato non sarà eletto dal popolo ma avrà, si pensa, una elezione indiretta: i suoi componenti infatti saranno indicati tra i consiglieri regionali e i sindaci delle maggiori città. Al momento non è ancora stato stabilito precisamente come avverrà questa elezione, poiché il tutto è rimandato a una legge successiva all’approvazione della riforma.

I favorevoli alla riforma affermano che il nuovo Senato avrà costi molto ridotti rispetto a quello attuale: non solo si abbasseranno di 215 persone (con relative diarie e rimborsi) il numero di componenti, ma soprattutto i nuovi senatori riceveranno il solo stipendio dell’organo in cui sono stati eletti (il comune di appartenenza per i sindaci, le regioni per i consiglieri). Infine, i favorevoli sottolineano che il nuovo Senato è il risultato dell’esigenza di rappresentare le necessità dei territori, dopo anni di dibattiti sul tema.

I contrari alla riforma, invece, portano avanti numerose critiche, a partire da due elementi che, incrociati tra loro, potrebbero portare a rendere il nuovo Senato un luogo poco democratico. Innanzitutto, come già accennato, ancora non è chiaro chi e come eleggerà i nuovi senatori. Inoltre ai nuovi senatori sarà comunque garantita l’immunità parlamentare. Quest’ultimo punto è il più controverso, perché provocherebbe una discriminazione tra pari all’interno di uno stesso organo, ossia, ad esempio, in un Consiglio Regionale ci sarebbero Consiglieri che godono dell’immunità parlamentare (quelli che siedono anche in Senato) e Consiglieri “semplici”, senza immunità. Inoltre, alcuni ritengono che garantire l’immunità darebbe alla politica locale uno strumento per mettere al riparo i politici corrotti dall’azione della magistratura.

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Foto palazzochigi cc-by-nc-sa

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