La dichiarazione ONU sui rifugiati è un fallimento. Ecco il perché in 7 esempi

rifugiati-sfollati-siria_(sgviews CC-BY)

[Di Paolo Iancale, thezeppelin.org] – La firma della Dichiarazione ONU in materia di migranti e rifugiati dello scorso 19 settembre è stata salutata come un grande passo in avanti per tutta la comunità internazionale. Ma stanno davvero così le cose?

Nelle sale tristemente semi-vuote del quartier generale delle Nazioni Unite a New York, lo scorso 19 settembre si è tenuta una riunione plenaria di alto livello su come affrontare la questione dei grandi movimenti di rifugiati e migranti. Nell’occasione è stata adottata ufficialmente la New York Declaration for Refugees and Migrants che esprime la volontà politica dei leader mondiali di proteggere i diritti dei rifugiati e dei migranti, salvare vite umane e condividere la responsabilità per i grandi movimenti su scala globale.

L’iniziativa era partita nel settembre dello scorso anno quando, dal Segreterio Generale e dalla presidenza dell’Assemblea (UNGA) giunse la richiesta, indirizzata a tutti gli stati membri, di avviare una seria discussione sul possibile rafforzamento della cooperazione in materia di flussi migratori e di rifugiati nella prospettiva della nuova agenda per lo sviluppo. Così, nel giugno 2016, con la mediazione di Dina Kawar, rappresentante permanente del Regno Hashemita di Giordania, e di S.E. il Sig David Donoghue, Rappresentante permanente dell’Irlanda, si sono costituiti quattro panel appositi per coinvolgere il mondo della società civile, il settore privato, e le Ong.

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È stato necessario circa un anno di lavoro per arrivare al testo conclusivo per il quale, il Segreterio Generale dell’Onu Ban Ki-moon, si è congratulato con gli Stati membri perché:

“il vertice…rappresenta un importante passo avanti nei nostri sforzi collettivi per affrontare le sfide della mobilità umana. […] Ora più bambini potranno frequentare le scuole, più lavoratori potranno cercare lavoro all’estero in modo sicuro – invece di essere alla mercé di contrabbandieri criminali – e più persone avranno reali possibilità di scegliere se restare nel loro paese di nascita una volta finiti i conflitti”.

A questo punto, gli Stati membri dovrebbero passare all’implementazione delle indicazioni contenute nella Dichiarazione entro il 2018. Un grande impegno per la comunità internazionale che, in moltissimi, hanno definito uno “storico traguardo” in materia di diritti umani.

A dire il vero però, già dalla lettura della prima draft presentata lo scorso 5 agosto, si poteva capire che il documento avrebbe contenuto raccomandazioni vaghe e inconsistenti (invitiamo i lettori a leggera). Ma ciò che più lascia perplessi, è che buona parte degli Stati membri che si sono impegnati ad implementare le misure espresse durante il summit, stanno già violando i principi che sono alla base della Dichiarazione Onu. Tra questi ci sono Stati Uniti, Russia, Italia, Turchia, Grecia, Giordania, Bangladesh, Camerun, Messico, Ciad, Niger, Myanmar, e molti altri. Infatti, come avevamo già avuto modo di spiegare, non è solo l’Europa ad affrontare l’enorme flusso di esseri umani in cerca di protezione o di condizioni di vita migliori.

PERCHÉ PARLARE DI FALLIMENTO?

Nel mondo le emergenze umanitarie, così come le reiterate violazioni dei diritti, sono all’ordine del giorno. Riportiamo di seguito alcuni degli esempi più drammatici che fanno riflettere su quanto gli Stati, al di là della retorica usata nel consesso internazionale, adottino policies quantomeno discutibili in materia di migranti e rifugiati.

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Foto in alto: campo rifugiati in Siria, 2014 (Sharnoff’s Global Views cc-by)
Foto sotto: assemblea generale ONU, settembre 2016 (GovZA cc-by-nd cc-by-nd)

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