Gli inglesi non esistono

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DIEGO MARANI, BRUXELLES – Di questi tempi, quando si incontra un anglofono qui a Bruxelles, ci si sente subito dire “I am not British!” E poi giù a spiegare che sono irlandesi o scozzesi o australiani con passaporto belga o canadesi con passaporto francese o discendenti degli ammutinati del Bounty, ma inglesi mai. Di inglesi pare che non ce ne sia più neanche uno!  Forse questa è la soluzione: convincerli che non esistono, che non sono mai esistiti, che erano solo un brutto sogno.

È quasi divertente assistere allo strano fenomeno degli inglesi che si vergognano di esserlo e si sentono in dovere di giustificarsi. Accompagnato da una generale disaffezione degli europei nei confronti di un paese e di una cultura che invece in passato furono un magnete di attrazione. I segni sono dovunque: un crollo degli studenti europei che vanno a studiare nel Regno Unito e perfino un rientro di quelli che già vi studiavano, una riduzione dei prezzi dell’immobiliare a Londra, un calo dell’immigrazione dall’Europa orientale e alcune multinazionali che stanno considerando un prossimo abbandono del paese, come Vodaphone e perfino Goldman Sachs.

Che De Gaulle avesse ragione quando si opponeva all’adesione del Regno Unito all’UE lo vediamo ora confermato dai fatti. Innanzitutto dalla linea di intransigenza e temporeggiamento che gli inglesi stanno adottando nel processo del Brexit, cercando di imporre la loro agenda all’Europa. Ancora più profondamente si può leggere addirittura uno sprezzo per l’UE nella reazione di Theresa May alla volontà espressa da Juncker nel suo discorso sullo stato dell’Unione di costituire un esercito europeo. Per il tramite del Ministro della difesa, il Primo ministro inglese manda a dire che porrà il veto ad ogni tentativo di creazione di un esercito europeo fintantoché il Regno Unito sarà membro dell’UE. Tradotto, questo conferma che sono sempre stati qui per ostacolarci e lo faranno fino alla fine. Non indebolire la NATO è la loro motivazione. In altri termini, per il Regno Unito il patto atlantico viene prima di ogni eventuale patto europeo. Una simile posizione dice tutto quel che c’è da dire sulla percezione che gli inglesi hanno di sé e dell’Europa. E in fin dei conti dimostra come vero proprio il paradosso con cui ho iniziato questa riflessione: gli inglesi non esistono.

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Non esistono come stato nazionale, nel senso europeo del termine. Sono un “regno unito” dove il nativismo prevale sull’unità. Prima che britannici, si dichiarano gallesi, scozzesi, irlandesi, perfino còrnici e poi pakistani, caraibici, indiani o cinesi. Sono gli unici europei che possono vivere ovunque senza bisogno di giustificarsi e senza essere percepiti come emigrati. Storicamente come stato nazionale hanno sempre perseguito interessi più da mercanti che da possidenti, preoccupati soprattutto di procurarsi via libera per i loro commerci. È quando sorge un ostacolo ai suoi commerci che il Regno Unito si mobilita. È per aprire empori dove comperare materie prime e vendere i loro manufatti che gli inglesi hanno conquistato mezzo mondo. Non come gli spagnoli o i francesi per estendere il loro dominio e portare nelle terre conquistate una proiezione di sé e del proprio stato nazionale. L’Algeria era una seconda sponda francese, il Sudamerica era una nuova Spagna da convertire e colonizzare con contadini spagnoli.

Il britannico ha un senso di sovranità diverso dal continentale, meno territoriale e più globale. Negli anni Settanta, mentre noi ci accanivamo a proteggerla, il Regno Unito non ha avuto remore a svendere la sua pregiata ma vetusta industria manifatturiera ai giganti economici d’Oriente investendo massicciamente nei servizi, il più volatile ma anche il meno territoriale dei settori. E con lo stesso spirito oggi, proprio mentre escono dall’UE, i britannici subappaltano quel che c’è di più strategico, cioè la loro energia nucleare, ai francesi e addirittura ai cinesi nella costruzione della nuova centrale di Hinkley Point. Tutti segni che mostrano quanto il Regno Unito abbia sempre guardato al mondo come a uno spazio da cui attingere le sue risorse vitali, senza le ossessioni autarchiche di molti stati nazionali.

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