Il dogma della stabilità alla russa

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Sono durati poco i tempi nei quali il mondo attendeva con apprensione l’esito del voto in Russia. Ieri, la curiosità era minima. Ci si domandava solo come Vladimir Putin sarebbe uscito dalle elezioni. Stando agli exit poll, ne esce esattamente come prima.

In pieno controllo della politica russa. Il che gli basta per guardare con distacco ai problemi che affliggono le controparti occidentali.

I russi hanno votato con scarsa diligenza (a malapena 40% di affluenza alle urne) più per stanca disciplina che per convinzione. Disciplinatamente, hanno ridato a Russia Unita una netta maggioranza; qualche seggio perso non fa differenza. In una Duma docile le opposizioni comunista e liberaldemocratica fanno salvo l’esercizio di democrazia, ma non incidono minimamente sui rapporti di potere.

Il voto di ieri esprime semplicemente attaccamento alla stabilità. Putin ha saputo abilmente cavalcarla, facendosene identificare come il garante. E’ questo che gli assicura un consenso stratosferico pur dovendo chiedere ai russi di tirare la cinghia, a causa del crollo dei prezzi di petrolio e gas e delle sanzioni occidentali. La pazienza non durerà in eterno, ma intanto il Presidente incassa, senza molto sforzo, un nuovo Parlamento sempre ligio al potere che conta – il Cremlino. Può così guardare con tranquillità alle elezioni presidenziali, previste nel marzo del 2018; non ha detto che si ripresenterà ma tutti, in Russia e fuori, se lo aspettano.

Lo stridente contrasto con l’Europa e con l’Occidente non sta solo nella capacità russa di produrre una solida maggioranza parlamentare, che in Europa manca praticamente dappertutto. La Russia ci arriva grazie alla mobilitazione del governo, al controllo dell’informazione e alla coalizione di forze, come la Chiesa ortodossa, coagulate intorno all’orgoglio nazionale. Sono tratti della «democrazia sovrana» di Putin incompatibili con le nostre democrazie. Ma colpisce soprattutto l’abisso che separa il desiderio russo di stabilità dalle ansiose e profonde insoddisfazioni occidentali. L’uno si traduce nell’acritica conferma del leader e del partito al potere; le seconde nella ribollente rivolta populista contro il funzionamento degli interi sistemi politici in Europa e negli Stati Uniti e contro le figure e le istituzioni, in particolare dell’Ue, che vi s’identificano.

Editoriale di Stefano Stefanini. Leggi il resto su LaStampa.it

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Foto mfarussia cc-by-nc-sa

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