Rotta balcanica, naufragio europeo

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La sensazione finale che mi resta dopo 12 giorni lungo l’intera rotta balcanica (dalla punta meridionale della Grecia ad arrivare sin dentro i confini ungheresi) e dopo averla già percorsa 4 volte negli ultimi 8 mesi, è quella che in Europa si stia provvedendo semplicemente a mantenere delle persone, cercando di relegare il problema nelle regioni più marginali dei nostri confini.

I migranti sono un problema, ma va gestito sottovoce, in estrema sintesi. Sembra che le indicazioni condivise tra Grecia, Macedonia, Serbia e Ungheria siano: mantenere un profilo basso, tollerare il traffico di uomini che attraversa la spina dorsale dei Balcani, non esagerare con la violenza e fare in modo che silenziosamente la rotta balcanica continui il suo sgocciolamento quotidiano di anime, direzionate verso altri paesi dove ricostruirsi una vita.

Nel corso di un anno i numeri sono radicalmente cambiati, ma in UE stiamo tuttora affrontando la questione migratoria come un tamponamento all’emergenza, cercando di stoppare un’emorragia con un cerotto senza pensare a come fermare la causa del sanguinamento o quantomeno migliorare le condizioni generali di salute del malato.

Ci si limita a dare da mangiare (poco e male) e dormire (in tenda sui materassini) alle persone che arrivano da noi in cerca di protezione e aiuto, garantendone esclusivamente la sopravvivenza fisica, senza tenere in considerazione le problematiche psico-sociali e senza che ci sia un reale interessamento al destino individuale di questi esseri umani.

È inevitabile chiedersi che cosa raccoglieremo, come civiltà europea, se il nostro tentativo di integrazione e accoglienza verso chi è nato in un paese diverso dal nostro si limita a sbarrare le porte, rinchiudere nei campi e mantenere in vita persone in fuga, calpestandone i diritti umani.

Leggi il reportage su Osservatorio Balcani e Caucaso

 

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Foto Tim Lüddemann cc-by-nc-sa
Idomeni, confine Grecia-Macedonia il 2/3/2016

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